Prefazione


Prefazione
Il sito è amatoriale, la foto è eloquente. Siamo nostalgici del calcio di una volta, un calcio che soprattutto a livello di club era profondamente diverso, con coppe e campionati equilibrati, con regole ponderate: i due stranieri, poi tre, poi quattro in rosa, senza doppi passaporti et cetera, erano campioni che facevano la differenza; conseguentemente anche le nazionali avevano un altro appeal e per giocare in nazionale si doveva essere veramente bravi viste le regole sopracitate le quali portavano la percentuale di giocatori nostrani nei massimi campionati (figuriamoci nelle serie minori) intorno all' 85% e questo valeva praticamente per tutto il mondo. Contava la capacità di selezionare i giovani, l'importanza dei vivai, la qualità dei movimenti calcistici nazionali. Tutto ciò era possibile grazie a delle regole sensate. In un ventennio l'Europa è stata capace di demolire la competizione o meglio restringerla a poche squadre al mondo, tutte europee e tutte dei soliti campionati. Sono sparite squadre mitiche come l'Ajax, la Steaua Bucarest, la Stella Rossa di Belgrado, capaci di dominare l'Europa e, nel caso degli Olandesi e dei Serbi, il mondo. L' altro continente calcisticamente più avanzato (ma povero di denari) é divenuto un serbatoio di campioni; il Sud America è ogni anno depredato dei suoi migliori talenti che partono alla volta dell'Europa (e ultimamente anche verso l'Asia e il Nord America) già giovani o giovanissimi.

Sono riemersi i club spagnoli dopo i gloriosi anni cinquanta e sessanta (dove per anni qualsiasi straniero, anche non avente avi nati nel paese, veniva dotato di cittadinanza in 3 anni, vedi l'ungherese Puskas o l' argentino Di Stefano che aveva origini italo-francesi). Gli iberici per un lungo periodo successivo riuscirono a vincere poco o nulla, basti pensare al Real Madrid che ha rivinto la coppa più importante nel 1998 (con 8 stranieri in campo) dopo 32 anni e, con le regole continuamente modificate ad hoc, ha vinto 7 Champions League in 20 anni; si pensi al Barcellona che ha iniziato un ciclo straordinario negli anni duemila vincendone poi 4. Qualcuno aveva proposto alla FIFA il 6+5, (5 stranieri in rosa) prevedendo la "catastrofe" a cui si sarebbe andati incontro, ma la proposta è stata bocciata. Tutt' ora le squadre spagnole (ma non solo) godono di una tassazione diversa dai club italiani e non.

Troppo comodo e facile vincere grazie al totale stravolgimento di antiche regole che premiavano i più capaci. Oggi questa cosa conta molto poco causa regole meno sportive e più mercanteggianti.

Si dia uno sguardo agli albi d’oro e si raffrontino i tempi e gli anni per farsi un’idea di quanto la mercatura sia la forza primaria che restringe la detta Champions League, alle solite squadre vincenti a turno; esaltarle come oggi si fa ci pare troppo esagerato ma proprio ciò accade quando poco si conosce la storia, cioè il quando, il come e il perché degli eventi reali. Il Sud America è ogni anno depredato dei migliori talenti che partono alla volta dell’Europa, dove mercanteggia senza limiti la forza bancaria in combutta con la potenza del mondo arabo; di qui comprendiamo anche la fine della Coppa intercontinentale, divenuta Mondiale per club, e quindi la ineluttabile decadenza. Mai più vedremo quelle partite leggendarie fra il migliore club sudamericano e il miglior club europeo quando ora l’uno ora l’altro prevaleva, mentre oggi la vittoria appare scontata ad appannaggio di poche squadre europee che, a turno e per ovvie ragioni mercantili, facilmente si aggiudicano a vicenda la detta “Champions League” (un trofeo tutto “altro” rispetto alla vera Coppa dei Campioni o alle prime Champions League stesse) e nella degenerazione medesima va ricondotta pure la misera fine della prestigiosa quanto bella Coppa delle Coppe laddove la Coppa Uefa, egualmente prestigiosa e difficile, viene ridotta a torneo minore di nome “Europa League” depauperante perciò la Supercoppa europea (ancora tale di nome, ma non di fatto).

In questo sito vi raccontiamo aneddoti del calcio di una volta ed episodi (anche controversi) che hanno segnato la storia del calcio, alcuni sono tristi ma meritano di essere conosciuti, per non dimenticare. Buona lettura.

La Redazione

La Coppa Intercontinentale, il trofeo più prestigioso


La Coppa Intercontinentale, il trofeo più prestigioso
09/01/2018
 
La Coppa Intercontinentale (1960-2004), fu considerata una competizione assegnataria del titolo mondiale per club poiché disputata dai rappresentanti dei due continenti con maggior sviluppo calcistico, Europa e Sud America. Come affermano gli esperti, fu un trofeo più prestigioso dell'odierno mondiale per club, soprattutto per i team europei; i perché sono da collegarsi al fatto che, anche se le regole variavano, erano regole ponderate, restrittive sull'utilizzo dei giocatori stranieri. Queste norme portavano molto equilibrio tra le squadre europee e sudamericane, in più il divario economico tra i due continenti non era così marcato. Nella stagione 1995-'96 le squadre schieravano al massimo 3 stranieri in campo (illimitati in rosa). Dal 1996-1997 invece le squadre europee potevano avere al massimo tre extracomunitari  in rosa (tra questi erano compresi, naturalmente, calciatori europei non provenienti da paesi membri dell' Unione che in quel periodo erano solo quindici e che attualmente sono ben ventotto) senza limitazione per i giocatori comunitari in campo e fin qui questo significava che molti giocatori di livello rimanevano a giocare nei club del Sud America.
 
Il football, al di fuori dei continenti sopra citati, era si praticato ma a livelli bassi, prova ne è che ai mondiali di calcio le nazionali di gran lunga migliori erano (e sono) quelle europee e sudamericane le quali erano composte da giocatori che giocavano sempre in patria o nei due continenti più sviluppati.
 
A fine anni '90 in Europa cominciò a diffondersi l'uso del "doppio passaporto facile" soprattutto per i giocatori sudamericani, in più, famosa è la vicenda dei passaporti falsi che coinvolse (anche) molte società italiane che comunque in quegli anni non arrivarono sul tetto del mondo. Si andava così verso il  declino (lento) dei club del sud del nuovo continente.
 
Verso la metà della prima decade degli anni 2000 le regole mutarono ancora, la FIFA permise alle federazioni nazionali di emanare le regole in materia di tesseramento dei calciatori extracomunitari i quali potevano giovarsi dello status di comunitari dopo pochi anni di militanza in squadre europee. Alcune federazioni non posero limiti ai tesseramenti, altre posero limiti "molto permissivi" se non addirittura grotteschi; come la possibilità di tesserare un extracomunitario come comunitario pur che sia stato tesserato prima da una società della stessa federazione nazionale. Parecchi furono i casi, anche in Italia, di giocatori comprati da una squadra (con cui non giocarono mai) e girati in prestito ad un' altra nella stessa sessione di mercato, calciatori che poi venivano riscattati nella sessione successiva. Con questo espediente si aggiravano completamente le normative riguardo al limite sui calciatori extracomunitari.

Solo nel 2010 però si ha la prima finale senza una squadra sudamericana (mondiale per club) e con una squadra con più di tre extracomunitari, l'Inter ne schierò ben 8, la formazione titolare nerazzurra era composta da 8 sudamericani (4 dei quali con doppia cittadinanza), un africano e solo 2 europei (nessun giocatore nato in Italia). Tutte queste regole hanno portato all' indebolimento progressivo dei club sudamericani e al rafforzamento ulteriore di quelli europei con la crescita di club di altre parti del mondo. Non è un caso che la FIFA abbia voluto la "ristrutturazione" della Coppa Intercontinentale (che anche negli ultimi anni ha sempre mantenuto equilibrio nelle sfide) trasformandola in "Club World Cup"; competizione testimone per i primi anni della superiorità tecnica delle squadre dei due continenti storicamente più avanzati, l'Europa e il Sud America ma via via con questi ultimi palesemente in declino rispetto ai primi. Le squadre sudamericane comunque sono riuscite a portare a casa il trofeo in qualche occasione anche se, eccezion fatta per il Corinthians nel 2012, sono state dominate sotto il profilo del gioco.
 
Un accenno va fatto anche al Campionato mondiale per club FIFA 2000 svoltosi in Brasile. Non essendo un torneo sostitutivo della Coppa Intercontinentale che, agli occhi dei tifosi, dei giornalisti e degli addetti ai lavori stessi, rappresentava la vera competizione atta a laureare i campioni del mondo, ebbe ben poco successo. Lo scarso appeal del torneo portò alcuni club a rinunciare e ad essere sostituiti. Questa edizione sperimentale si distinse per la sufficienza con cui le due compagini europee, il Real Madrid e il Manchester United, affrontarono la manifestazione che fu disputata con grande impegno solo dalle due squadre brasiliane che giocavano in patria. La FIFA tentò di creare una seconda edizione da contendersi nel 2001 in Spagna, ma il progetto ovviamente fallì velocemente. La soluzione fu trovata con una manifestazione che somiglia alla Coppa Intercontinentale. La Coppa Toyota del Campionato del Mondo per club FIFA, l'attuale mondiale per club, nacque nel 2005 e si svolse nello stesso luogo, nello stesso periodo e con lo stesso sponsor della Coppa Intercontinentale, quest'ultima finanziata dalla Toyota e giocata in Giappone a partire dal 1980.
I campioni d'Europa e del Sud America non si incontrano più direttamente in finale, ma devono affrontare in semifinale le due vincenti delle eliminatorie.
 
Le leggi e le regole calcistiche europee sono state la rovina della competizione mondiale, trasformando il continente Sudamericano in un semplice serbatoio di talenti per le squadre europee le quali, salvo rare eccezioni, portano a casa tutti gli anni il mondiale per club a mani basse; senza partite leggendarie, scontri epici che caratterizzavano la COPPA INTERCONTINENTALE. Memorabile fu la "Battaglia di Montevideo" dove il Racing Avellaneda ebbe la meglio sul Celtic (1967) in un incontro che finì con ben sei espulsioni; leggendaria fu Juventus - Argentinos Jrs. dove i bianconeri, nel 1985, prevalsero ai rigori dopo il 2-2 e due gol annullati alla Juve e uno agli argentini, epica fu anche Boca Jrs. - Real Madrid, 2-1 nell'anno 2000; dove in Argentina ci fu addirittura una rivolta in un carcere per vedere la partita. Queste cose nella Coppa del mondo per club non le abbiamo mai viste. Non è un caso che anche la FIFA nel 2017 abbia ufficialmente insignito i club vincitori della Coppa Intercontinentale (1960-2004) del titolo di "Campioni del mondo FIFA", visto che l'antecedente dell'odierno mondiale club aveva ben altro peso.
 
Giovanni Fiderio

Un trofeo meraviglioso


Un trofeo meraviglioso
22/01/2018
 
La Coppa intercontinentale, trofeo meraviglioso: dipartono quattro colonnine d’argento le quali racchiudono in un cerchio il luccicante pallone d’oro cesellato a immagine tradizionale.
 
La base di marmo pregiato riporta due marchi in rilievo i quali raffigurano i due continenti più rilevanti nel football: Europa e Sud America: a contendere il trofeo infatti i detentori della Coppa dei Campioni/Champios League e della Coppa Libertadores.

Questo splendido cimelio manca e mai lo vedremo nelle bacheche del Barcellona, del Liverpool, del Chelsea, del Corinthians, del Cruzeiro, del Benfica ed altre squadre blasonate; e mai lo vedremo neppure in quelle dei club novelli: tali come il Paris Saint Germain, il Manchester City et cetera, come anche giammai vedremo la prestigiosa Coppa delle Coppe nelle bacheche di grandi società come Real Madrid, Liverpool, Benfica ed altre ancora.
 
C’è che chi ha vinto molto, c’è chi ha vinto poco e chi ha vinto tutto...
 
 
Nicolò Saldutti

La Coppa delle Coppe


La Coppa delle Coppe
12/02/2018

La Coppa delle Coppe è stata una coppa disputata, sotto l'egida dell' UEFA, dalle squadre vincitrici delle coppe nazionali.
La grande popolarità della Coppa dei Campioni, incentivò nuovi progetti di competizioni europee. Fu così che venne creato un torneo uguale alla Coppa dei Campioni, riservato però alle squadre vincitrici delle coppe nazionali. Nacque così un' affascinante e prestigiosa competizione, la Coppa delle Coppe. Si è svolta dalla stagione 1960-1961; se una squadra vincitrice della coppa nazionale fosse già qualificata per la Coppa dei Campioni, il suo posto andava alla finalista perdente della coppa nazionale. Il trofeo non è mai stata vinto per due stagioni consecutive dallo stesso club incarnando benissimo l'imprevedibilità che caratterizza lo "spirito di coppa"; e a quale competizione calzerebbe meglio questo primato? A nessun'altra, ovviamente.
 
Le squadre italiane che si sono aggiudicate questa affascinante coppa sono: Milan (2 volte), Fiorentina, Juventus, Sampdoria, Parma e Lazio.  
Nel 1974 vinse il Magdeburgo, fu l'unico titolo internazionale vinto da una squadra della piccola (e scomparsa) Germania Est, mentre i belgi dell' Anderlecht vinsero nel 1976, furono finalisti nel 1977 e trionfarono nuovamente nel 1978: fu l'unico club a disputare tre finali consecutive del torneo. Nel 1983 si ebbe la vittoria degli scozzesi dell' Aberdeen che sconfissero il Real Madrid che grazie a tassazioni simili per tutti e con il limitate agli stranieri, fu una squadra che non vinse la Champions per ben 32 anni. La squadra con più allori è il Barcellona che ha messo quattro titoli in bacheca, l'ultimo nel 1997.
 
Con l'allargamento della Champions League, nel 1998 l'UEFA abolì la Coppa delle Coppe. L'ultimo trofeo si disputò nella stagione 1998-1999 e fu vinto dalla Lazio; come nella prima edizione, in cui trionfò la Fiorentina, la coppa andò a una società italiana. Dalla stagione successiva, i vincitori delle coppe nazionali furono ammessi alla Coppa UEFA; la squadra vincitrice di quest'ultimo torneo prende il posto dei detentori della Coppa delle Coppe nella partecipazione alla Supercoppa europea contro i vincitori della UEFA Champions League.
 
Questo rilevante e splendido trofeo manca nelle bacheche di grandi club come Real Madrid, Inter, Liverpool e altri ancora che nel corso degli anni hanno vanamente tentato la sua conquista.

Giovanni Fiderio

La lattina di Moenchengladbach


La lattina di Moenchengladbach
23/03/2018
 
Il 20 ottobre 1971 si disputò l'incontro valevole per l'andata degli ottavi di finale della Coppa dei Campioni 1971-1972 tra il Borussia Mönchengladbach e l'Inter. Il match ebbe luogo a Mönchengladbach, al Bökelbergstadion.
 
Al minuto 29', sul punteggio di 2-1 per i tedeschi, Boninsegna, nei pressi della linea laterale, venne colpito in testa da una lattina e cadde a terra (fu poi sostituito). Successe un pandemonio: l'allenatore Invernizzi entrò in campo assieme a tutto lo staff interista e fecero cerchio attorno a Bonimba rimasto a terra. I calciatori nerazzurri chiesero all'arbitro la sospensione dell'incontro. I tedeschi a loro volta aggredirono gli italiani. Nella confusione generale Sandro Mazzola notò due tifosi italiani sugli spalti, uno dei due stava bevendo da una lattina, di Coca-Cola; se la fece consegnare e la mostrò all'arbitro fingendo che fosse l' oggetto che aveva colpito Boninsegna.
 Mazzola, in una successiva intervista confessò che quella consegnata all'arbitro non era la lattina giusta poichè i giocatori tedeschi l'avevano fatta sparire.
Dopo sette minuti di sospensione l'arbitro fece ricominciare la partita. I giocatori del Mönchengladbach, sentitisi presi in giro, si imbizzarrirono e segnarono altre cinque volte. Finì 7-1. L'Inter, essendo già convinta di ottenere la vittoria a tavolino, non oppose una grande resistenza. A fine gara, in un clima incandescente, secondo le fonti ufficiali, Mario Corso colpì con un calcio l'arbitro. Fu squalificato per un anno e due mesi nonostante la dirigenza nerazzurra sostenesse che il colpevole fosse il meno talentuoso Gian Piero Ghio.
 Nel 1971,  le regole sulla responsabilità oggettiva per i clubs riguardo ad incidenti provocati dai tifosi non erano ancora state stilate.
 L' avvocato Giuseppe Prisco, vicepresidente dell'Inter, chiese insistentemente la vittoria a tavolino. Dopo una intensa battaglia legale, Prisco riuscì a ottenere l'annullamento del match, che si sarebbe rigiocato in campo neutro. Il clima si surriscaldò ulteriormente,  i tedeschi accusarono gli italiani di aver architettato una disonorevole messinscena e di non saper perdere. L' arbitro dichiarò che la lattina datagli da Mazzola era vuota, come vuota era anche quella che gli consegnò un poliziotto e affermò che secondo lui Boninsegna avrebbe potuto tranquillamente proseguire la gara.  Il ritorno a Milano si giocò il 3 novembre 1971 e venne vinto per 4-2 dai nerazzurri. La ripetizione dell' andata si giocò a Berlino il 1º dicembre 1971 e finì 0-0.  L'Inter approdò ai quarti e arrivò fino alla finale del 1972 dove fu sconfitta 2-0 dall' Ajax (campione in carica) di Cruijff.
 
Giovanni Fiderio

29/05/1985


29/05/1985
23/04/2018
 
Non abbiamo nostalgia di quella tragica giornata ma dei tempi che furono e soprattutto delle vite volate in cielo.
 
La finale di Coppa dei Campioni del 1985, vide sfidarsi le due squadre fronteggiatesi pochi mesi prima nella Supercoppa UEFA, (vinta 2-0 dalla Juventus), cominciò con un'ora e mezza di ritardo a causa degli incidenti sugli spalti generati prima della partita dagli hooligan britannici in cui persero la vita 39 sostenitori, 32 italiani, tra cui due tifosi dell'Inter, partiti con gli amici di una vita per vedere la finale allo stadio, ciò fu rievocato durante le commemorazioni avvenute a Torino nel 2010. Questo fatto dovrebbe essere un esempio per molte persone.

I FATTI

"Naturalmente" a quei tempi, la somministrazione di bevande alcoliche in città non fu vietata. Circa un'ora prima della partita gli hooligan, si spinsero verso il settore Z  sfondando le protezioni divisorie: si aspettavano forse una reazione violenta da parte dei tifosi juventini, reazione che non ci fu, dato che la tifoseria organizzata bianconera era situata nella curva opposta (settori M - N - O). I semplici spettatori, juventini e non, vista anche l' impreparazione delle forze dell'ordine, che ingenuamente bloccarono la fuga dei tifosi verso il campo, furono obbligati ad indietreggiare, ammassandosi contro il muro opposto al settore della curva occupato dagli hooligan.
Con la grande ressa che si sviluppò, il muro ad un certo punto crollò per l' eccessivo peso, molte persone rimasero schiacciate, alcune caddero nel vuoto, altre furono calpestate dalla folla nella corsa verso un varco aperto in direzione del campo da gioco.
 
Per regolamento, la Juventus avrebbe dovuto vincere d' ufficio in quanto già dagli anni '70 le regole prevedevano l'esclusione dalle competizioni in corso e successive delle società coinvolte per responsabilità oggettiva riguardo ad incidenti di una certa portata provocati dai propri tifosi. Le società erano responsabili della stampa nonché della vendita diretta dei biglietti presso i loro botteghini ed avevano il compito di "selezionare i tifosi" (con l'aiuto delle forze dell'ordine nazionali); alcuni dei quali presenti in Belgio, erano già ben noti per atti di violenza nel Regno Unito e furono forniti di regolare biglietto. Esistevano sistemi precauzionali che furono totalmente ignorati oltre la Manica. La finale si svolse ugualmente per disposizione congiunta tra l'UEFA, il Ministero dell'Interno, il sindaco e la polizia della città; questo poiché uno sgombero prematuro dello stadio avrebbe potuto aumentare gli incidenti. In un'epoca dove non esistevano telefonini e internet, le comunicazioni erano lente, difficili e frammentarie. I giocatori e gran parte dei tifosi sapevano degli incidenti ma non conoscevano le proporzioni. Alcuni supporter appresero la notizia solamente quando tornarono a casa.
 
IL MATCH  
 
Trapattoni limitò gli inserimenti del libero Scirea e del terzino Cabrini chiudendo così gli spazi e rallentando le manovre del Liverpool, limitando l'azione inglese a tiri da fuori area e a qualche calcio piazzato. Paolo Rossi, partendo dal centro dell'attacco e allargandosi sulla fascia destra, mise in difficoltà il terzino Neal e favorì gli inserimenti di Boniek (in serata di grazia) e Briaschi. Platini ebbe la meglio su Wark, il polmone Bonini limitò il regista Dalglish e conquistò palloni in ogni zona del campo mentre il tenace Sergio Brio prese in consegna Ian Rush al quale non concesse praticamente nulla.
Nei primi minuti le squadre si studiano e la partita è bloccata. Al 16°, non venne ravvisato un fuorigioco di John Wark il quale non sfruttò la buona occasione calciando malamente a lato dal limite dell'area. Al 32° il Liverpool ebbe una clamorosa possibilità di passare in vantaggio ma una miracolosa parata di Tacconi, nuovamente su Wark, imbeccato da Neal e tenuto in gioco da Favero, impedì la marcatura agli inglesi.
La partita, estremamente tattica, fu equilibrata e tesa. Al 40° Boniek lanciato a rete sulla tre quarti venne messo giù da Work che fu ammonito.
Al minuto 8 del secondo tempo, Paolo Rossi in posizione regolare, fu lanciato da Platini sulla fascia destra ma fu fermato per fuorigioco con Briaschi al centro ben posizionato che si mise le mani nei capelli, i due protestarono vivacemente per la buona occasione stoppata.
Intorno al quarto d'ora però, Platini lanciò millimetricamente (da ben 50 metri) Boniek che s'involò verso la porta con grande rapidità ma venne sgambettato da Gillespie circa un metro fuori dall'area di rigore (ma a quella velocità naturalmente l'attaccante cadde dentro) quando il polacco era ormai a tu per tu col portiere Grobbelaar, una posizione perfetta per la punizione a foglia morta di Platini. L'arbitro svizzero André Daina però, rimasto a circa 30 metri dallo sviluppo dell'azione, assegnò un calcio di rigore per la Juventus, segnato dallo stesso Platini. Sul finire di gara, al minuto 74, Bonini intervenne rischiosamente in area (in scivolata) su Ronnie Whelan il quale, assieme a qualche suo compagno, reclamò il penalty. Bonini indicò il pallone e Tardelli (che era vicino all'azione) sostenne che il sammarinese sfiorò la sfera che in effetti assunse una strana traiettoria. L' arbitro assegnò una rimessa laterale agli inglesi e Tardelli rimproverò comunque il compagno per il rischio corso.
Il match fu combattuto, anche con qualche colpo proibito, non mancarono infatti scaramucce, scorrettezze e interventi duri (soprattutto da parte di Dalglish) da ambo le parti, ma all'epoca si prendevano e si davano senza fare sceneggiate come oggi.
Finì 1-0.
 
Al al di là degli episodi, la Juventus giocò meglio e apparse superiore agli inglesi che fermarono fallosamente l'ottimo Boniek due volte lanciato a rete, ma non esisteva l'espulsione sistematica per fallo da ultimo uomo né tantomeno per chiara occasione da gol, mentre i britannici apportarono pericoli alla porta italiana solo con tiri da fuori area (da segnalare due belle parate di Tacconi oltre a una di Grobbelaar su conclusione di Cabrini) o su calci da fermo, a parte l'occasione capitata a Work nel primo tempo. Fu una finale ben interpretata sotto il profilo tattico dai bianconeri e dal livello tecnico altissimo; si affrontarono infatti i campioni in carica della Coppa dei Campioni e quelli della Coppa delle Coppe e tra le fila della Juventus erano presenti, tra gli altri, quattro campioni del mondo a Spagna '82 e Platini, campione europeo con la Francia nell'84 e pallone d'oro in carica.  
 
CONSEGUENZE

Come pena per la catastrofe causata dagli hooligan, a tutte le squadre inglesi venne vietata la partecipazione a qualsiasi competizione UEFA per cinque anni;  il Liverpool, per responsabilità oggettiva, fu squalificato per ben sei anni. Alla Juventus fu imposta la disputa delle prime due partite in casa a porte chiuse nella successiva Coppa Campioni in quanto dopo i gravi incidenti, alcuni tifosi bianconeri si scontrarono (senza però importanti conseguenze) con alcuni tifosi inglesi.
 
Giovanni Fiderio

La nebbia di Belgrado


La nebbia di Belgrado
07/05/2018
 
Milan - Steaua 4-0; è il risultato della finale di Coppa dei Campioni 1989, una finale giocata tra il Milan di Sacchi e degli olandesi, vincitore di uno Scudetto nel 1988 e di due Coppe Campioni (oltre a 2 Coppe Intercontinentali e due supercoppe europee).
 
Il maestro Arrigo Sacchi, fautore del bel gioco, è ricordato per grandissimi successi e per la mentalità da allenatore cercante la vittoria anche in trasferta, sebbene il suo Milan in 4 anni sotto la sua guida vinse in trasferta solo tre volte e con avversari modesti: Vitosha Sofia - Milan 0-2 sedicesimi di Coppa Campioni 1988-1989, HJK Helsinki - Milan 0-1 sedicesimi di Coppa Campioni 1989-1990 e Bruges - Milan 0-1 ottavi di Coppa Campioni 1990-1991. Con Sacchi comunque, i rossoneri, mostrarono un gioco offensivo e innovativo soprattutto per l'attuazione sistematica e funzionale della tattica del fuorigioco.
 
Dopo il chiacchierato scudetto del 1988, il Milan ha diritto di giocare la Coppa dei campioni, priva ancora delle squadre inglesi per la squalifica successiva ai fatti dell'Heysel.
 
Al primo turno i rossoneri eliminano i modesti bulgari del Vitosha Sofia e approdano agli ottavi dove incontrano una delle migliori squadre d' Europa, la Stella Rossa di Belgrado che tra le sue fila annovera campioni del calibro di Savicevic, Stojkovic, Prosinecki... A San Siro finisce 1-1 con gol di Stojkovic e Virdis; al ritorno in Jugoslavia un Milan intimorito e in grande affanno, nella bolgia del Marakana (stadio Rajko Mitić) che ospita 100.000 spettatori chiude il primo tempo sullo 0-0.
 
Nella ripresa lo spartito non cambia e dopo pochi minuti, inevitabilmente, gli slavi passano in vantaggio con un gol di Dejan Savicevic al 50°. Il Milan rimane in 10 per l'espulsione di Virdis al 55° ma nel frattempo su Belgrado si abbatte un nebbione fitto e veloce tanto che in poco tempo la visibilità si azzera; i giocatori del Milan chiedono la sospensione della gara, e così fu al 57°.
 
Si rigioca il giorno successivo ma nel pomeriggio e si riparte dal 1° minuto e dallo 0-0, e per il Milan questa è una manna dal cielo. Il Milan si presenta alla ripetizione in condizioni psicologiche migliori, va in vantaggio con un' autogol (svirgolata di Vsilijevic nella sua porta) che varca la linea ma l'arbitro non si accorge, si rimane sullo 0-0; poi Van Basten porta in vantaggio i rossoneri che però vengono raggiunti da Stojkovic, finisce 1-1, si va ai supplementari e poi ai rigori. Galli ne para due e il Milan accede ai quarti (ed è proprio in questa occasione che nasce la leggenda de "Il culo di Sacchi", titolo del libro scritto da Gene Gnocchi nel 1994).
 
Qui i rossoneri trovano ed eliminano, faticando, il Werder Brema (0-0 in trasferta e 1-0 in casa) accedendo così in semifinale. L' avversario è il Real Madrid che all'epoca, con regole fiscali praticamente uguali per tutti e con la limitazione a 3 stranieri in tutta Europa era una squadra che non vinse la Coppa Campioni o Champions League per 32 anni, rivincendola solamente con le nuove regole. Il Milan pareggia 1-1 in Spagna e stravince il ritorno in Italia con un netto quanto spettacolare 5-0.
 
La finale è con i buonissimi rumeni dello Steaua, squadra esperta, vincitrice della Coppa dei Campioni tre anni prima in finale contro il Barcellona a Siviglia. Il Milan, grande favorito, rispetta il pronostico e vince nettamente, 4-0; portando a casa la sua terza Coppa dei Campioni.
 
Senza quella famosa nebbia il Milan non avrebbe rigiocato e vinto la partita, quasi certamente non avrebbe sollevato la coppa dei Campioni e nemmeno conquistato il diritto di giocarla e vincerla nuovamente l’anno dopo; quindi in bacheca non ci sarebbero nemmeno le due coppe Intercontinentali e le due supercoppe europee, il gioco a zona offensivo e innovativo presentato da Sacchi, non avendo portato i risultati auspicati, sarebbe probabilmente morto sul nascere e il calcio nostrano negli anni immediatamente successivi sarebbe continuato col catenaccio e la marcatura a uomo...
Con i se e con i ma però, non si fa la storia.
 
Giovanni Fiderio

Milan - Steaua


Milan - Steaua
21/05/2018
 
Milan - Steaua fu la finale di Coppa dei Campioni 1988-1989, la Steaua era una signora squadra che aveva vinto nel 1986 il trofeo a Siviglia contro il Barcellona, ma il Milan scendeva in campo con tutti i favori del pronostico; anche perchè alla finale al Camp Nou di Barcellona c'erano 98.000 spettatori, quasi tutti tifosi rossoneri e qualche spettatore neutrale causa l'impossibilità, da parte dei tifosi della Steaua, di lasciare la Romania come turisti in quanto vigeva ancora la Cortina di ferro sotto la dittatura di Nicolae Ceausescu.
 
LA PARTITA
 
Nei primi minuti la Steaua tiene bene palla ma è un possesso "sterile", il Milan prende presto in mano le redini della partita e al 18° passa in vantaggio: tiro da fuori di Colombo, errore del portiere che non trattiene la palla e dopo una carambola tra l'estremo difensore ed un suo compagno di squadra, Gullit mette dentro l'1-0.
 
Al 28° Tassotti va via sulla fascia destra dopo che il capitano Stoica cade goffamente a terra lasciandogli tutto il tempo per effettuare il traversone in mezzo l'area dove Bumbescu lascia liberissimo Van Basten che svetta di testa e trafigge il portiere Silviu Lung, 2-0 Milan in meno di mezz'ora.
 
L' episodio più inconsueto però, per una finale di Coppa dei Campioni, è sicuramente il 3-0 segnato da Gullit al 38°: Donadoni avanza indisturbato fino a poco più avanti della tre quarti rumena, crossa col sinistro in mezzo, Gullit è appostato al limite dell'area con due giocatori dello Steaua che lo lasciano smarcato, l'olandese ha il tempo di stoppare la palla, farla rimbalzare (nel frattempo i difendenti rumeni non chiudono, il centrale rimane completamente fermo guardando il treccioluto 10 milanista, il terzino si allarga inutilmente sulla sinistra andando verso Colombo) e tirare in porta; 3-0 per il Milan nel primo tempo.
Nel secondo tempo il Milan gestisce e segna ancora con Van Basten che supera l'immobile Bumbescu che non interviene per contrastarlo, l'olandese con il sinistro batte per la quarta volta il portiere Lung.
Finisce in trionfo, 4-0.
 
LA CRITICA
 
La critica internazionale all'epoca esaltò il Milan che giocò una partita spettacolare e stravinse in tutti i duelli e di conseguenza nel risultato, ma si sottolineò anche l'atteggiamento troppo molle di una Steaua che era si inferiore ma era comunque una squadra esperta, che in quella partita commise errori tecnici evidenti in tutti e quattro gli episodi decisivi.
 
I SOSPETTI  (MAI PROVATI)
 
Qualche tempo dopo, tra giornalisti, tifosi e addetti ai lavori, giravano voci (provenienti da est) di un presunto accordo tra la società rossonera, la federazione calcistica rumena e la Steaua (per la vittoria in pompa magna del Milan) con Nicolae Ceausescu che diede il suo benestare, per una somma intorno ai 50 miliardi delle vecchie lire da spartirsi tra lui e tutti i componenti coinvolti nell'operazione, i quali, sempre secondo alcune fonti, costruirono ville e giravano con automobili e oggetti vistosi dopo poco tempo.
 
LA ROMANIA IN QUEGLI ANNI
 
In Romania, in quegli anni, possedere anche una macchina fotografica era oggetto di interrogatori, Andrei Pandele, il più famoso fotografo rumeno ha rivelato che suo padre, col benestare della dittatura poteva partecipare a congressi all'estero e da Vienna gli portò la sua macchina fotografica. Nel primo anno e mezzo fu interrogato più o meno 30 volte. Se si scattavano fotografie che raffigurassero un disagio come le code per il pane o il malfunzionamento di mezzi e strutture pubbliche si poteva essere condannati anche a 6 anni di carcere. Lo stipendio ufficiale di Ceausescu era pari a uno stipendio medio di un impiegato americano dell'epoca, lo stipendio di un calciatore era di sicuro molto inferiore.
 
Denis Roman

Il riflettore di Marsiglia


Il riflettore di Marsiglia
01/06/2018
 
Gli episodi singolari, insoliti, controversi, che esulano dal gioco in quanto tale sono vecchi quanto il calcio. Un evento ancora oggi molto discusso e contestato è il famoso (o famigerato?) ritiro del Milan dalla partita di Coppa dei Campioni contro l' Olympique Marsiglia, il 20 marzo 1991. Capire l’accaduto richiede un breve passo indietro nel tempo.
Il Milan costruito da Berlusconi a suon di dobloni ed affidato a Sacchi allineava una squadra fortissima: Baresi, Maldini, Ancelotti, Donadoni, Gullit, Van Basten... Quella formazione, dopo aver vinto lo scudetto contro il Napoli di Maradona, aveva raggiunto due volte il tetto d’Europa e del mondo.
Il primo e decisivo titolo di campioni d’Europa, che aveva permesso di ottenere gli altri, era però stato condizionato in modo determinante da un evento fortuito. Al secondo turno il Milan aveva giocato contro la Stella Rossa di Belgrado. Dopo l’1-1 di Milano, al ritorno in Jugoslavia il Diavolo perdeva 1-0 e giocava con un uomo in meno. Scese però all’ improvviso una nebbia fittissima, che impose la sospensione della partita. Quando fu rigiocata, ripartendo dallo 0-0 ed in 11 contro 11, il Milan passò il turno. Se la nebbia non fosse scesa difficilmente il Milan avrebbe potuto salvarsi, a 33’ dal termine con un uomo in meno e in totale affanno. Senza questo evento del tutto accidentale e fortunatissimo, lo squadrone di Sacchi non avrebbe rigiocato e vinto la partita, non avrebbe mai vinto la coppa dei Campioni contro la Steaua e nemmeno ottenuto il diritto di disputarla e vincerla di nuovo l’anno dopo. Lo stesso si deve dire per le due coppe Intercontinentali vinte contro Nacional Medellin e Olimpia Asunción.
Nel 1991 il Milan, ancora campione d’Europa, giocò contro l'Olympique Marsiglia.
Questa squadra all’epoca era assai temuta, aveva infatti in rosa giocatori di grande qualità come
Abedi Pelé, che fu 3 volte Pallone d'Oro africano (nel 1991, 1992 e nel 1993), Jean-Pierre Papin, che vinse il Pallone d'Oro 1991, il nazionale brasiliano Carlos Mozer, l'ala della nazionale inglese Chris Waddle, il poderoso difensore della nazionale francese Basile Boli e altri ancora. L’anno precedente la compagine transalpina era stata eliminata in semifinale dal Benfica (poi sconfitto a fatica dai milanesi in finale) grazie ad una rete segnata con una mano. Ora incontrava Sacchi e i suoi campioni ai quarti di finale. L’andata a San Siro era finita 1-1, ma il Marsiglia aveva dominato gli avversari ed aveva anche colpito due pali. L’allenatore milanista aveva ammesso di aver avuto paura durante l’incontro. Il gioco del Milan, tipico di Sacchi, oramai prevedibile, era stato disarticolato dalla maggiore inventiva dei marsigliesi. Il “pressing” prediletto dal tecnico voluto da Berlusconi era dispendioso ed aveva portato i calciatori milanisti ad avere la lingua in fuori, con avversari che correvano il doppio.
La trasferta di Marsiglia si preannunciava quindi cupa.  La partita del  20 marzo 1991, al Velodrome, sarà però ricordata per l’illuminazione del campo ed il ritiro del Milan. I francesi dimostrano migliore condizione atletica ed un superiore assetto tattico. Il Milan apparve invece stanco e disordinato. Dovrebbe segnare, perché solo vincendo passerebbe il turno, oppure pareggiando 2-2, dato il risultato dell’andata, ma appare privo di energie ed idee.
 Al 75’ il Marsiglia segna con Waddle: scarsa e debole la reazione dei pupilli del Cavaliere. La partita si trascina, contratta e nervosa, senza che Sacchi riesca a raddrizzarla e con i suoi calciatori che appaiono scoraggiati. A tempo quasi scaduto, all’87’, accadde l’imprevedibile. Uno dei quattro riflettori del Velodrome si spense e l' arbitro, lo svedese Karlsson, sospese temporaneamente la partita.
Il Milan stava nuovamente per essere baciato dalla dea bendata? Dopo la nebbia di Belgrado, il riflettore di Marsiglia? I calciatori del Milan, si rifiutano di proseguire adducendo la scarsa luminosità. Ma il riflettore poco dopo riprende a funzionare, anche se solo a metà circa della sua capacità. D’altronde, ne esistono altri tre correttamente funzionanti. Anche se l’illuminazione è un poco diminuita, la visibilità è comunque ottima e si potrebbe tranquillamente giocare. Tale è il parere pure del direttore di gara, che comanda di riprendere il gioco. Intanto Silvano Ramaccioni, dirigente accompagnatore del Milan, intervistato in quel momento a bordo campo dichiarò: "Se il riflettore non si accende entro 45 minuti la partita è vinta 3-0 a tavolino". Passano una ventina di minuti e la luce torna completamente ma nel frattempo Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan arrivato dalla tribuna, si rivolge ai suoi calciatori e li invita ad abbandonare la partita con gesti plateali e urla: "la decisione la prendo io, tutti fuori". I giocatori milanisti allora se ne vanno. L’arbitro non può che prendere atto dell’accaduto e proclamare la fine.
Il seguito della partita fu una serie di dichiarazioni e controdichiarazioni di Berlusconi, Galliani, Sacchi e giocatori milanisti da una parte, con tentativi di scusarsi e difendersi, e di commenti sdegnati di buona parte dell’Europa calcistica dall’ altra. L’accusa rivolta al Milan fu di aver cercato di approfittare della circostanza, un riflettore parzialmente guasto, per invalidare una partita in cui si stava perdendo, con eliminazione matematica, all’87’. I giudici Uefa per questo fatto diedero al Milan un anno di squalifica dalle coppe e due anni a Galliani, il quale affermò, e c'è da credergli, che gli era sembrato un segno del destino come la nebbia a Belgrado.
 
Marco Dellamula

La Garra Charrúa dell'Uruguay


La Garra Charrúa dell'Uruguay
18/06/2018

Molta gente si chiede come mai una piccola nazione sudamericana, un paese con poco più di tre milioni di abitanti ergo la quantità di abitanti di Milano e provincia, riesca ad avere storicamente una nazionale calcistica così competitiva, magia? Segreti? O forse Leggenda...
La Nazionale di calcio “Celeste" è una delle più titolate al mondo e analizzando i dati demografici possiamo affermare che il peso delle sue vittorie assume certamente un significato epico; avendo vinto due mondiali, nel 1930 in casa e nel 1950 in Brasile proprio grazie ad un' impresa leggendaria contro i padroni di casa quando si imposero 2-1 al Maracanà gremito da circa 200.000 persone. Da quel giorno la nazionale brasiliana cambiò i colori della divisa (prima della sconfitta era di colore bianco con colletto blu) e tra i pali della sua porta non fece più giocare un portiere nero in una fase finale dei mondiali per scaramanzia in quanto Barbosa venne ritenuto il principale responsabile della sconfitta a causa della rete subita da Ghiggia. Tra le nazionali che si sono fregiate di titoli mondiali sono presenti sulle divise delle stelle che fanno riferimento alle volte in cui la squadra è riuscita a laurearsi campione del mondo. Sulla maglia della Celeste non si vedono due stelle ma bensì quattro; il perchè è da collegarsi al fatto che la suddetta nazionale ha conquistato anche due ori olimpici consecutivi quando ancora non esistevano i Mondiali. I titoli vinti a Parigi nel 1924 e ad Amsterdam nel 1928. Tali tornei, insieme a quello delle Olimpiadi di Anversa del 1920 (vinto dal Belgio), furono organizzati dalla FIFA che li riconosce ufficialmente come titoli mondiali ma li separa statisticamente dal Campionato mondiale di calcio. Visto il prestigio e la grande cultura calcistica, non è un caso che la FIFA scelse proprio l'Uruguay come sede della prima coppa del mondo di calcio disputatasi nel 1930.
La Celeste è inoltre la nazionale più vincente in Coppa America avendo ottenuto infatti 15 titoli (ultimo nel 2011 in Argentina) contro 14 dei rivali albicelesti e 8 del Brasile. Nel suo palmares annovera anche il Mundialito disputato a Montevideo tra il 1980 e il 1981. Nel campionato nazionale uruguaiano troviamo squadre mitiche come il Penarol e il Nacional, entrambe di Montevideo, che tra i vari trofei contano 3 coppe Intercontinentali (che la Fifa riconosce ufficialmente come titoli mondiali per club) ciascuno.

“L’ Uruguay è uno di quei Paesi dove dovrebbero mettere delle porte di calcio alle frontiere. Al visitatore sarebbe chiaro che quel Paese altro non è che un gran campo di football con l’aggiunta di alcune presenze accidentali: alberi, mucche, strade, edifici… ” (Jorge Valdano)

Questa citazione è sicuramente la più adatta per capire cosa significa il gioco del calcio in Uruguay.

Il popolo Uruguaiano ha naturalmente anche origini indigene le quali sono state assorbite dalla maggioranza europea.
Il termine charrúa è il comune denominatore del piccolo paese che è detto "Nación Charrúa".
I Charruas erano un popolo amerindio dell'Uruguay che visse fino al XVI secolo. Questa comunità si spinse anche in Argentina e in Brasile. Dopo l'arrivo degli esploratori europei, i Charruas furono decimati e via via integrati nella società coloniale ma si opposero ai coloni lottando con onore e con grande ardore, fuono guerrieri orgogliosi e temerari, ma furono sopraffatti dagli eventi.
Il termine charrùa, grazie alle imprese dei guerrieri da cui deriva, ha quindi acquisito nella storia il significato aggiunto di orgoglio, forza, grinta, unità di gruppo, coraggio e il combattere arditamente nonostante una sorte che sembra essere già segnata (ma che con la garra charrùa può essere ribaltata).
La Celeste, e molte squadre sudamericane hanno spesso impersonato esattamente l'indole Charrúa che unita alla “garra” che significa “artiglio”, da il nome a questa espressione che è stato l’ingrediente aggiunto di grandi imprese sportive di tali squadre. La nazionale uruguaiana ne ha fatto un mantra. Questo ardore, la “cattiveria” agonistica, oltre a grande sagacia tattica unita a una grande tecnica individuale, sono storicamente i suoi tratti caratteristici che i più vecchi tramandano ai più giovani, questa è la scuola uruguagia.

"Se c'era stata fino ad allora una scuola calcistica in grado di fondere fantasia ed estrema concretezza, non-gioco e improvvise fiammate, innata sapienza tattica e contenimento dello sforzo, questa era proprio quella uruguagia. I brasiliani avevano patito innanzitutto la propria inferiorità tattica, e per questo persero 2-1". (Gianni Brera sul mondiale del 1950, la Repubblica, 1988)

La nazione charrúa ha dato al calcio una quantità impressionante di grandi calciatori in proporzione alla sua popolazione. Si pensi, tra i tanti, ai campioni mondiali del '30 tra cui c'erano Pedro Cea e José Leandro Andrade, soprannominato la maravilla negra ("la meraviglia nera")
che annoverano nel loro palmares 1 mondiale, 2 ori olimpici e 3 coppe America, o a Hector Scarone vittorioso in 1 mondiale, in 2 olimpiadi e in 4 coppe America.
Tra gli eroi del mondiale del 1950 troviamo il nipote del sopracitato campione mondiale 1930 José Leandro Andrade, vale a dire Víctor Rodríguez Andrade (viene da pensare a quanto sia piccolo l'Uruguay), il bomber Oscar Míguez detto "Cotorra" ovvero pappagallo, il regista Juan Alberto Schiaffino il quale è considerato uno dei più grandi giocatori nella storia del calcio. Molti lo ritengono il migliore calciatore uruguaiano di tutti i tempi.

"Forse non è mai esistito regista di tanto valore. Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d'istinto."
(Gianni Brera)

"Schiaffino, con le sue giocate magistrali, organizzava il gioco della squadra come se stesse osservando tutto il campo dalla più alta torre dello stadio". (Eduardo Galeano nel libro: Fútbol a sol y a sombra)

Altri grandi campioni della vittoria del '50 furono Ghiggia, ala destra che segnò il gol decisivo al Maracanà, Obdulio Varela il grandissimo capitano che era l'impersonificazione perfetta della Garra Charrúa e l' ottimo portiere Maspoli, oltre agli altri...L'Uruguay, oltre ai già citati campioni, ha dato i natali anche a Michele Andreolo (che avendo avi italiani giocò e vinse il campionato mondiale di calcio 1938 con la nazionale azzurra in Francia), José Santamaría, Enzo Francescoli, Ruben Sosa, Alvaro Recoba, Daniel Fonseca, Paolo Montero, Diego Lugano, Diego Forlan, Diego Godin, Edinson Cavani, Luis Suarez, José Gimenez ed altri ancora; ha una grande tradizione, è una riserva continua di talenti che speriamo, per il bene del calcio, non finisca mai.

Giovanni Fiderio

Bela Guttmann: storia e anatema


Bela Guttmann: storia e anatema
20/06/2018

Béla Guttmann, ebreo scampato all’olocausto ma con un fratello morto in un lager, era figlio di due ballerini e giovanissimo divenne maestro di danza, tuttavia preferì dedicarsi al calcio. Quando si trasferì a Vienna, la sua città prediletta, si  laureaò in psicologia. Giocò in Europa e Stati Uniti e allenò, oltre che nel vecchio continente, anche in Sud America. Guttmann fu l' autore della maledizione lanciata al Benfica nel 1962 e ormai è sinonimo di gufo e viene ricordato quasi esclusivamente solo per quello ma in realtà è stato un personaggio cardine nella storia del calcio mondiale. Fu l'inventore del 4-2-4, modulo innovativo con cui la nazionale brasiliana guidata da Vicente Feola, estimatore del gioco di Guttmann, vinse il suo primo mondiale nel 1958 in Svezia. Allenatore giramondo, carismatico e attento a ogni dettaglio, era un uomo molto sicuro di se a cui non mancava l'umorismo.

«L’allenatore domina gli animali, nella cui gabbia conduce il proprio spettacolo, finché li tratta con fiducia in sé e senza paura. Ma nel momento in cui diventa incerto della sua energia ipnotica, ed i primi segni di timore appaiono nei suoi occhi, è perso».
(Béla Guttmann)
 
«La scelta finale dello schieramento della squadra dipende anche da fattori importanti come il campo, le condizioni del tempo e anche il naso dei giocatori. Il naso è molto importante, sa? Se qualcuno si congestiona e non respira bene non gioca».
(Béla Guttmann)

La storia di Béla Guttmann è piena di misteri a partire dalla sua data di nascita. La città di Budapest gli dà i natali ma non si sa bene quando, se nel 1899 o nel 1900.
Centromediano metodista con l’ eleganza di un ballerino e una tecnica eccellente, giocava nell' MTK Budapest, in quel periodo la squadra più forte nel campionato ungherese con la quale vinse due campionati in altrettante stagioni.
Causa l’ascesa al potere di Miklos Horthy, noto antisemita, nel 1921 Béla si trasferì a Vienna, nell’Hakoah, club icona della comunità ebraica della città mitteleuropea e esempio di squadra itinerante che girava l’Europa e il mondo per esibirsi e confrontarsi con altre realtà.
Guttmann, considerato uno dei migliori talenti del calcio danubiano, partecipò alle Olimpiadi del 1924 con l’Ungheria, ma la sua carriera in nazionale fu a dir poco effimera. Aveva 24 anni ma già grande personalità. Si narra che durante il ritiro, Guttmann riteneva che nel gruppo ungherese vi fossero più dirigenti che giocatori e che l'albergo dove era stazionata la squadra era più adatto a socializzare che non alla preparazione. Per manifestare il suo dissenso, attaccò per la coda dei topi (non si sa come) alle porte delle stanze dei dirigenti. Fu così che terminò la sua carriera nella selezione magiara.
Nel 1926, alla fine di una tournée negli Stati Uniti, visto il successo riscosso, Guttmann fondò l’Hakoah All Stars. La squadra cominciò a girare gli States per mostrare le grazie del calcio. Béla si integrò negli Stati Uniti, e questo lo portò a giocare con i New York Giants e purtroppo a compiere investimenti rilevanti in borsa. Il crollo di Wall Street del 1929  incenerì il suo capitale ma Guttmann rimase a giocare nel nuovo continente fino al 1931, quando tornò in Austria chiudendo la carriera con la Hakoah Vienna nel 1933.

Béla quindi intraprese la carriera da allenatore, che lo ha portato ad essere uno dei tecnici più innovativi. È stato il precursore dell'allenatore con uno stile arrogante, deciso e da grande comunicatore. I suoi principi di gioco erano: «Passare il pallone per arrivare in porta. Marcare e smarcarsi. Se la palla non è nostra, marca. Se lo è, smarcati. Il principio fondamentale del calcio è tutto qui».
Allenò l'Hakoah, poi andò in Olanda, al Twente e successivamente in patria, al all’Ujpest Dosza, con la quale Guttmann colse il suo primo alloro vincendo il campionato nel 1939. Con l'arrivo della guerra però per gli ebrei in Europa la situazione si fece estremamente pesante: Béla si rese irreperibile. Mentre suo fratello moriva in un lager, il tecnico riuscì a salvarsi nascondendosi, c’è chi dice  in Sudamerica, chi a Parigi e chi a Vienna. Rimane un mistero. Guttmann, quando gli veniva chiesto come avesse fatto a salvarsi, rispondeva sempre e solo «Dio mi ha aiutato».
Dopo aver ripreso ad allenare anche in Romania, Guttmann divenne nel 1947 l’allenatore del Kispest, la futura Honved, una squadra straordinaria asse portante della Grande Ungheria. Ma per uno screzio con Puskas lasciò la la squadra a fine stagione. Arrivò a Padova, dove cominciò la sua avventura italiana proseguita poi alla Triestina e dopo un breve ritorno in Ungheria, dove affiancò il Gusztáv Sebes alla guida della nazionale per un anno, la sua indole girovagante lo portò prima in Argentina, a Quilmes dove allenò l'omonima squadra in provincia di Buenos Aires e in seguito sbarcò a Cipro, all’Apoel Nicosia. Arrivò la proposta del Milan che naturalmente accettò ma Béla venne presto esonerato.
Guttmann passò al Vicenza e nel 1955 rimase coinvolto in un incidente stradale in cui due bambini persero la vita. Nel 1957 decise allora di andarsene in Brasile, al San Paolo, probabilmente per evitare il processo. Guttmann amava affermare: «Primo, segnare; dopo, cercare di non soffrire» e: «Il sistema è per gli uomini, non sono gli uomini per il sistema» .
E furono proprio le caratteristiche dei giocatori della compagine brasiliana che lo portarono a inventare uno schema praticamente sconosciuto all’epoca visto che prima del suo arrivo nessuna formazione brasiliana aveva mai schierato quattro difensori veri. Questo sistema però lo aveva già usato in alcuni match in italia: il 4-2-4. I moduli più usati all’epoca erano il 3-2-2-3 di Chapman o il 3-2-3-2 della Grande Ungheria. Guttmann arretrò un interno a centrocampo, tolse un mediano per inserire lo stopper. Con il San Paolo vinse subito il campionato paulista. Il suo modo di giocare piacque molto al tecnico della nazionale brasiliana Vicente Feola, che lo applicò anche ai mondiali in Svezia dove il Brasile, anche grazie a questo, vinse la sua prima Coppa del mondo giocando finalmente in modo equilibrato, unendo al modulo di Guttmann giocatori del calibro di Pelé, Didì, Vavà, Zito, Garrincha e tutti gli altri. Imparata ormai la lingua portoghese Béla approdò al Porto, dove con una strabiliante rimonta conquistò il campionato, e mentre la società degli azuis e brancos lo ossequiava, lui si accordava con gli acerrimi rivali del Benfica dove Guttmann colse i suoi più importanti successi che lo portarono ad essere uno dei migliori allenatori di quel periodo: in tre stagioni vinse due campionati, una coppa di Portogallo e due Coppe dei Campioni. Dopo il primo successo europeo, nella squadra delle aquile, arrivò dal Mozambico il fuoriclasse Eusébio, che avrebbe dovuto trasferirsi allo Sporting, ma Guttmann con vari stratagemmi lo portò al Benfica. Nel 1960 si incontrò con José Carlos Bauer, allenato dal tecnico ungherese al San Paolo, il quale gli disse di aver visto un giovane giocatore «che non appartiene a questo mondo». Guttmann verificò e volle portarlo al Benfica ad ogni costo.
Eusebio era già stato opzionato dai rivali dello Sporting Clube de Portugal ma Guttmann versò 20.000 dollari alla mamma del fuoriclasse e lo imbarcò sull’aereo per Lisbona (dove era atteso per la firma con i verdebianchi). Arrivato in Portogallo, dopo qualche giorno di riflessione, la "Pantera" cedette alle lusinghe del tecnico del Benfica e firmò per i rossi.
Con Eusebio, il Benfica rivinse la Coppa dei Campioni sconfiggendo in finale Real Madrid di Di Stefano ma perse il campionato e il tecnico magiaro pronunciò la frase: «Il Benfica non ha il culo per sedersi su due sedie» e si lasciò in malo modo con la dirigenza del club. Il movente fu un premio in denaro che l'allenatore riteneva di meritare. I dirigenti non lo assecondarono e lui si adirò. Ecco allora il famosissimo anatema: “D’ora in avanti il Benfica non vincerà più una coppa internazionale, per almeno 100 anni”. La leggenda dice che furono queste le parole pronunciate dal grande allenatore ungherese il primo maggio 1962. Qualcuno sostiene che nel calcio queste cose contano poco. Fatto sta che il Benfica non ha più vinto ed ha perso otto finali in circa mezzo secolo. Come se non bastasse, la maledizione sembra funzionare anche sui baby visto che i rossi hanno perso anche due finali di Youth League.

Giovanni Fiderio

Classifica (completa) dei club per numero di giocatori campioni del mondo con le nazionali


16/06/2018

Questa è la classifica dei club ordinata per numero di giocatori che si sono laureati campioni del mondo con le nazionali.
Nella classifica per federazioni l'Italia è prima con ben 100 campioni del mondo, segue il Brasile a 82, la Germania a 79, l'Uruguay a 43, la Spagna a 37, l'Inghilterra a 36, l'Argentina a 33, la Francia a 21, il Giappone a 2; chiudono la graduatoria Colombia e Messico a 1.

Tabella riassuntiva:

  • Juventus
  • Bannera di l'Italia Italia
  • 25
  • Bayern Monaco
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 24
  • Inter
  • Bannera di l'Italia Italia
  • 19
  • Roma
  • Bannera di l'Italia Italia
  • 15
  • Peñarol
  • Bannera di l' Uruguai Uruguay
  • 14
  • Nacional Montevideo
  • Bannera di l' Uruguai Uruguay
  • 13
  • San Paolo
  • Bannera dû Brasili Brasile
  • 13
  • Barcellona
  • Bannera dâ Spagna Spagna
  • 11
  • Santos
  • Bannera dû Brasili Brasile
  • 11
  • Real Madrid
  • Bannera dâ Spagna Spagna
  • 11
  • Botafogo
  • Bannera dû Brasili Brasile
  • 10
  • Milan
  • Bannera di l'Italia Italia
  • 10
  • Colonia
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 9
  • Palmeiras
  • Bannera dû Brasili Brasile
  • 9
  • Corinthians
  • Bannera dû Brasili Brasile
  • 8
  • River Plate
  • Bannera di l' Argintina Argentina
  • 8
  • Borussia Dortmund
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 7
  • Flamengo
  • Bannera dû Brasili Brasile
  • 7
  • Fluminense
  • Bannera dû Brasili Brasile
  • 7
  • Independiente
  • Bannera di l' Argintina Argentina
  • 7
  • Arsenal
  • Flag of England.svg Inghilterra
  • 6
  • Borussia Monchengladbach
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 5
  • Chelsea
  • Flag of England.svg Inghilterra
  • 5
  • Cruzeiro
  • Bannera dû Brasili Brasile
  • 5
  • Fiorentina
  • Bannera di l'Italia Italia
  • 5
  • Kaiserslautern
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 5
  • Liverpool
  • Flag of England.svg Inghilterra
  • 5
  • Olympique Marsiglia
  • Bannera dâ Francia Francia
  • 5
  • Monaco
  • Bannera dâ Francia Francia
  • 5
  • PSG
  • Bannera dâ Francia Francia
  • 5
  • Schalke 04
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 5
  • Valencia
  • Bannera dâ Spagna Spagna
  • 5
  • Bologna
  • Bannera di l'Italia Italia
  • 4
  • Eintracht Francoforte
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 4
  • Manchester United
  • Flag of England.svg Inghilterra
  • 4
  • Palermo
  • Bannera di l'Italia Italia
  • 4
  • Lazio
  • Bannera di l'Italia Italia
  • 4
  • Vasco da Gama
  • Bannera dû Brasili Brasile
  • 4
  • Bella Vista
  • Bannera di l' Uruguai Uruguay
  • 3
  • Boca Juniors
  • Bannera di l' Argintina Argentina
  • 3
  • Atletico Cerro
  • Bannera di l' Uruguai Uruguay
  • 3
  • Gremio
  • Bannera dû Brasili Brasile
  • 3
  • Stoccarda
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 3
  • Talleres Cordoba
  • Bannera di l' Argintina Argentina
  • 3
  • West Ham
  • Flag of England.svg Inghilterra
  • 3
  • Amburgo
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 2
  • Bayer Leverkusen
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 2
  • Athletic Bilbao
  • Bannera dâ Spagna Spagna
  • 2
  • Atletico Madrid
  • Bannera dâ Spagna Spagna
  • 2
  • Argentinos Juniors
  • Bannera di l' Argintina Argentina
  • 2
  • Deportivo La Coruña
  • Bannera dâ Spagna Spagna
  • 2
  • Danubio
  • Bannera di l' Uruguai Uruguay
  • 2
  • Huracán
  • Bannera di l' Argintina Argentina
  • 2
  • Leeds Utd
  • Flag of England.svg Inghilterra
  • 2
  • Montevideo Wanderers
  • Bannera di l' Uruguai Uruguay
  • 2
  • Napoli
  • Bannera di l'Italia Italia
  • 2
  • Newell's Old Boys
  • Bannera di l' Argintina Argentina
  • 2
  • Norimberga
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 2
  • Olympique Lione
  • Bannera dâ Francia Francia
  • 2
  • Parma
  • Bannera di l'Italia Italia
  • 2
  • Portuguesa
  • Bannera dû Brasili Brasile
  • 2
  • Racing Avellaneda
  • Bannera di l' Argintina Argentina
  • 2
  • Rampla Juniors
  • Bannera di l' Uruguai Uruguay
  • 2
  • Sampdoria
  • Bannera di l'Italia Italia
  • 2
  • San Lorenzo
  • Bannera di l' Argintina Argentina
  • 2
  • Siviglia
  • Bannera dâ Spagna Spagna
  • 2
  • Tottenham
  • Flag of England.svg Inghilterra
  • 2
  • Triestina
  • Bannera di l'Italia Italia
  • 2
  • Udinese
  • Bannera di l'Italia Italia
  • 2
  • Werder Brema
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 2
  • América
  • Bannera dû Mèssicu Messico
  • 1
  • Atletico Mineiro
  • Bannera dû Brasili Brasile
  • 1
  • Atlético Nacional
  • Bannera dâ Colombia Colombia
  • 1
  • Atletico Paranaense
  • Bannera dû Brasili Brasile
  • 1
  • Auxerre
  • Bannera dâ Francia Francia
  • 1
  • Bangu
  • Bannera dû Brasili Brasile
  • 1
  • BC Augsburg
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 1
  • Betis
  • Bannera dâ Spagna Spagna
  • 1
  • Blackpool
  • Flag of England.svg Inghilterra
  • 1
  • Bordeaux
  • Bannera dâ Francia Francia
  • 1
  • Cagliari
  • Bannera di l'Italia Italia
  • 1
  • Central Espanol
  • Bannera di l' Uruguai Uruguay
  • 1
  • Olimpia Football Club Montevideo
  • Bannera di l' Uruguai Uruguay
  • 1
  • Elche
  • Bannera dâ Spagna Spagna
  • 1
  • Estudiantes
  • Bannera di l' Argintina Argentina
  • 1
  • Everton
  • Flag of England.svg Inghilterra
  • 1
  • Ferro Carril Oeste
  • Bannera di l' Argintina Argentina
  • 1
  • FK Pirmasens
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 1
  • FSV Frankfurt
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 1
  • Fortuna Düsseldorf
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 1
  • Friburgo
  • Bannera dâ Girmania Germania
  • 1
  • Fulham
  • Flag of England.svg Inghilterra
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Ricerca a cura di Giovanni Fiderio
Classifica (completa) dei club per numero di giocatori campioni del mondo con le nazionali

El Abrazo del Alma (Argentina '78)


El Abrazo del Alma (Argentina '78) El Abrazo del Alma (Argentina '78)
12/10/2018

È difficile per chi non sia un sudamericano capire che cosa rappresenti il calcio in quell’universo sociale e culturale. Esso è molto più di uno sport, è praticato come se fosse un’arte e specialmente viene vissuto quale una religione in cui la partita è un rito sacro di amore e morte. Le violente inimicizie personali e nazionali, le sparatorie, la proibizione esistita di matrimoni fra persone tifose di squadre differenti, la divinizzazione dei campioni, circondati da un’aureola mitica come i vincitori di Olimpia nell’antica Ellade, si comprendono soltanto ricordando che un torneo di calcio in Sudamerica è una guerra santa.  
L’ immaginario collettivo vuole che sia il Brasile il paese colpito dal mal di football per eccellenza e la tragedia vera del 1950, quando la sconfitta alla finale della Coppa del mondo gettò l’intera nazione in lutto (proclamato ufficialmente dal governo!) con un’epidemia di suicidi, sembra confermarlo. Ma è possibile smaniare per il calcio ancora di più dei brasiliani e gli apici della passione lo toccano argentini ed uruguagi.

Le vittorie dell’arcinemico Brasile e del fratello rivale Uruguay nelle Coppe del mondo erano (sono in verità) ferite all’ orgoglio argentino ed esacerbavano il rammarico dei gauchos, convinti di essere i migliori al mondo nel culto al dio calcio, ma incapaci di essere riconosciuti come tali e poter finalmente portare l’alloro dei campioni del mondo. I tornei mondiali dal 1930 al 1974 erano stati per l’Argentina una successione ininterrotta di amarezze e rimpianti: sconfitti con qualche sfortuna dall’Uruguay nel ’30; assenti nel ’34 e ’38 per scelta politica (nel '34 fu inviata una rappresentativa minore) ; il vuoto degli anni  della seconda guerra mondiale, quando il River Plate schierava una prima linea di cinque autentici fuoriclasse; i  contrasti nella federazione che portarono al fallimento del 1950 etc. etc. etc.

Quando al paese sudamericano fu assegnata l’organizzazione dei mondiali del 1978, la nazione intera si preparò con uno stato d’animo particolare. Era l’occasione, forse unica ed irripetibile, di vincere finalmente un mondiale. L’ Argentina in quegli anni era sotto il regime militare di Videla, giunto al potere con il colpo di stato del 1976, e divisa fra i  suoi  sostenitori ed i peronisti in una situazione di guerra civile strisciante, che assisteva allo scontro armato fra la violenza dei militari e quella di terroristi. Eppure, la preparazione al mondiale coinvolse tutto il popolo argentino, che, spaccato in due politicamente, era però unito nel calcio e nell’impegno sia di preparare degnamente la manifestazione, sia di vincerla. La stessa scelta del tecnico, Cesar Luis Menotti, era caduta su chi era ostile alla giunta militare, ma che era ritenuto l’uomo adatto a rimediare all’individualismo estremo dei giocatori argentini e dare una tattica alla squadra. La formazione albiceleste era naturalmente ottima, ma non si potrebbe certo definire come la migliore della storia dell’Argentina. Quel che fece la differenza fu la coesione insolita dei suoi giocatori, che accettarono le prescrizioni dell’allenatore, mettendo da parte gli atteggiamenti da primadonna che spesso in passato avevano danneggiato la Seleccion. Il paese intero sospinse e sostenne i suoi calciatori, sino alla finale contro un’ Olanda brava ma anche fortunata. Buenos Aires era interamente imbandierata con i colori nazionali e pareva, di casa in casa, un unico stadio. Tranne chi era impossibilitato a seguire la gara, tutti gli argentini finirono davanti allo schermo televisivo o all’ ascolto della radio quando l’arbitro italiano Gonella fischiò l’inizio della finale nel Monumental (la casa del River Plate), ovviamente stracolmo. La gara incominciò in lieve ritardo, perché i beniamini di casa entrarono nell’arena bollente con qualche minuto in più rispetto all’ orario prestabilito: avevano avuto bisogno di caricarsi  ancora oppure era pretattica per innervosire gli avversari? La partita non fu bellissima sul piano tecnico, ma intensa e drammatica su quello agonistico. Gli arancioni, muscolari ed aggressivi, contro gli  arcigni argentini, un match molto "maschio" tenuto a freno da Gonella che seppe impedire che finisse in rissa. Il portiere argentino Fillol con i suoi voli ed il feroce libero Passarella, vero mastino, frenarono l’orchestrale manovra olandese. L’ Argentina segnò con il suo centroavanti Kempes al 38’, innescando una gioia irrefrenabile. Nel secondo tempo la pressione olandese si fa asfissiante e gli artisti argentini hanno qualche difficoltà dinanzi al dinamismo ed alle doti tattiche degli avversari, ma la loro difesa regge, finché all’81’ il gelo scende su tutto il paese sudamericano. Nanninga approfitta di un errore dei difensori biancocelesti ed incorna una palla imprendibile per Fillol.  Quando ormai l’orologio tocca il 90’ ed i tempi regolamentari sono pressoché chiusi, l’arancione Rensenbrink dopo lungo fraseggio dei compagni s’infila nell’area piccola e calcia con precisione e scelta di tempo: era un tiro che avrebbe potuto far arrivare la coppa nella terra dei tulipani. La palla taglia fuori il portiere proteso nel suo gesto disperato di protezione e lo supera, avvicinandosi all’indifesa linea di porta, tutta vuota e spalancata. La diabolica pelota, proprio mentre sembra destinata a cadere nel sacco ed a gonfiare la rete, nel terror panico di tutti gli argentini nello stadio e davanti al televisore che assistono inorriditi ed impotenti alla scena da incubo, cade beffardamente sul palo e rimbalza via.  Si andò ai supplementari, con la stanchezza che appesantiva le gambe di tutti. Il calcio totale olandese, così dispendioso di energie, non riesce più ad esprimersi con la brillantezza di prima, mentre gli argentini possono puntare sulla loro arte migliore. È ancora Kempes a segnare al 104’, festeggiando con le braccia alzate al cielo. Come avviene di solito in questi casi, l’Olanda si abbatte e l’Argentina segna ancora con Bertoni. Il fatidico triplice fischio di Gonella è per il popolo argentino non solo la vittoria in una coppa del mondo, ma la fine di una maledizione che gravava sul suo calcio. Da Buenos Aires alle Ande, passando per la pampa sterminata, tutti gli argentini fanno festa freneticamente.

Ma è un’immagine ad essere destinata ad immortalare la vittoria dei  gauchos, passata alla storia come ‘El abrazo de alma‘, ‘L’abbraccio dell’anima’. Appena finita la partita, il portiere Fillol si buttò a terra davanti alla mezzaluna dell’area e si strinse le braccia sul corpo, come a voler abbracciare l’intero popolo argentino. Sopraggiunse il terzino Tarantini ed abbracciò il suo compagno. In quel momento, arrivò un terzo uomo, che però non era un calciatore ma uno spettatore. Era Victor Dell’Aquila, un giovane privo di  entrambe le braccia, che portava un maglione le cui maniche ciondolavano vuote nell’aria. Dell’Aquila era un calciatore dilettante, che perse entrambe le braccia all’età di 12 anni in un incidente. Era rimasto però un grande appassionato di calcio, del Boca Juniors nel campionato argentino ed ovviamente della sua nazionale. Egli  si gettò sui due  calciatori, quasi  cercando di abbracciarli senza poterlo fare fisicamente ma guardandoli intensamente, come se lo stesse facendo davvero. La scena, ripresa da un fotografo con vari scatti e pubblicata sulla copertina di una rivista, divenne conosciuta proprio col nome di "El abrazo del alma". "Toqué el cielo, amigo. Te puedo asegurar que gracias al fútbol toqué el cielo con las manos...", dichiarò poi Dell’Aquila. Quest’uomo, monco da entrambe le braccia, era (è, perché ancora vivo) così appassionato di calcio che aveva imparato a giocarlo e bene, dovendo rieducare tutto il corpo al complesso equilibrio dei diversi movimenti senza l’aiuto delle braccia perdute. La sua casa è un sacrario di fotografie ed immagini calcistiche. Poche persone possono dire di aver rappresentato la passione estrema e sincera degli argentini per il calcio quanto Victor Dell’Aquila. A distanza di 36 anni, la Coca Cola  ha deciso di far ritrovare i protagonisti di quell’abbraccio ed  i due calciatori hanno fatto (simbolicamente, causa la sua invalidità) sollevare il trofeo della coppa del mondo ad un sorridente e felicissimo Dell’Aquila.

Marco Dellamula

Renato Cesarini, l’unico calciatore diventato un modo di dire


Renato Cesarini, l’unico calciatore diventato un modo di dire
12/04/2018
 
Un giorno Edoardo Agnelli lo trova in un ristorante in orario di allenamento. Gli fa mandare una bottiglia di champagne dal cameriere per ricordargli chi è che comanda. Cesarini gliene fa arrivare cinque, con tanto di biglietto. «Domani vinciamo e segno». Andrà così.
 
Il più matto, il più estroso giocatore che abbia vestito la maglia della Juventus, era venuto dall’Argentina senza incontrare quelle difficoltà che avevano ostacolato l’ingaggio del suo amicone Raimundo Orsi, perché era meno oriundo di lui: infatti, poteva essere considerato quasi italiano, essendo nativo di Senigallia. Soltanto dopo la sua nascita, i genitori avevano deciso di lasciare le Marche per trasferirsi in Sud America. L’estroverso Renato pareva costruito apposta, quasi fatto su misura per la disperazione del severissimo barone Mazzonis, che pure aveva caldeggiato la sua venuta in Italia, ma che era solito vigilare sulla buona condotta dei giocatori come un gendarme. Veniva diligentemente aiutato in quest’opera di vigilanza dall’allenatore Carcano, ancora più direttamente interessato di lui, com’era anche logico.
 
Gli aneddoti sulle mattane di Cesarini si sprecano, nemmeno il tempo li ha cancellati o scoloriti. Perché il Cè (così lo chiamavano nella squadra in cui il solo Combi non tollerò deformazioni al proprio nome), adorava i locali notturni, l’eleganza, le carte da gioco, le donne di classe, lo champagne. Era assolutamente disinvolto con lo smoking come in tenuta di gioco. Pagava sovente per tutti, elargendo denaro in allegria e pagando senza scomporsi tutte le multe che Mazzonis e Carcano gli facevano piovere addosso. Era talmente simpatico che in più di un’occasione qualche dirigente (come l’avvocato Tapparone, suo grande ammiratore), finiva per pagare la multa. Alla Juventus la disciplina veniva osservata e fatta osservare secondo una prassi ben precisa. In generale Carlo Carcano non interveniva mai di persona, limitandosi, in caso di necessità, ad attizzare lo sdegno dei dirigenti o addirittura della presidenza, fornendo gli estremi dei misfatti compiuti e accertati. Queste notizie o queste prove, Carcano se le procurava attraverso una fitta rete di informatori reclutati tra i ragazzini che prezzolava alla somma di un paio di lire per prestazione. I piccoli stavano appostati per ore in vicinanza delle abitazioni dei calciatori, attentissimi a riferire ogni entrata o uscita fuori ordinanza. Era una bella lotta, perché Cesarini aveva saputo la faccenda dei ragazzini e riusciva sovente a neutralizzarne l’opera, offrendo più soldi di quanto non facesse Carcano! Una volta informato il barone Mazzonis delle marachelle del Cè, l’allenatore se ne lavava le mani ed entrava in funzione il vicepresidente con un primo avvertimento amichevole verso chi aveva mancato. Se tale avvertimento cadeva nel vuoto, Mazzonis spediva l’avviso ufficiale, gelidamente formulato sotto l’invito a presentarsi in sede in tal giorno, di solito alle ore diciotto, per comunicazioni «che La riguardano». Proprio con la elle maiuscola. Le multe per le infrazioni più gravi erano di mille lire. Cesarini le pagava senza battere ciglio, ma qualche volta riusciva a scendere a patti: «Se gioco da campione e segno almeno un goal nella prossima partita (e in genere sceglieva una gara difficile), la multa viene cancellata!» E quasi sempre Cesarini riusciva ad ottenere la cancellazione della punizione.
 
Sul terreno di gioco, Cesarini sapeva essere protagonista. Innanzitutto non aveva paura di nessun avversario, perché era dotato di un fisico eccezionale: lo dimostrava anche in allenamento, durante la partita di metà settimana, dopo aver magari trascorso un paio di notti in bagordi. E poi Renato era in possesso di una tecnica personale e di un’intelligenza di gioco raramente riscontrabili. Aveva intuizioni tattiche tanto improvvise quanto felici; era, insomma, un campione completo. Era solito dire ai ragazzini: «Tu, ragasso, la pelota te la devi portare anche nel letto!».
 
Esordisce in maglia azzurra nel 1931, ma la indossa solo undici volte, troppo ribelle per Pozzo, che gli preferisce gente più solida. Però arriva quel minuto lì, straordinario e unico. È inverno, a Torino, stadio Filadelfia, c’è pioggia e fango, è il 13 dicembre 1931, l’Italia gioca contro l’Ungheria. Gli azzurri chiudono il primo tempo in vantaggio, 1-0, goal di Libonatti. Avar fa l’uno pari, Orsi riporta l’Italia in vantaggio ma Avar segna di nuovo: 2-2 al novantesimo. Tutto o niente da rifare. Cesarini la racconterà così: «Mancavano pochi secondi alla fine, dirigeva lo svizzero signor Mercet. A un certo punto ebbi la palla. Avevo addosso il terzino Kocsis, un tipo che faceva paura. Non potendo avanzare passai alla mia ala, Costantino. Allora ebbi come un’ispirazione, mi buttai a corpo morto, tirai Costantino da una parte, caricandolo con la spalla, come fosse un avversario, e fintai, evitando Kocsis. Il portiere Ujvari mi guardava cercando di indovinare da quale parte avrei tirato. Accennai un passaggio all’ala dove stava arrivando Orsi, Ujvari si sbilanciò sulla sua destra, allora io tirai assai forte, sulla sinistra, il portiere si tuffò, toccò la palla, ma non riuscì a trattenerla. Vincemmo per 3-2. E non si fece nemmeno in tempo a rimettere il pallone al centro». Renato a venticinque anni entra nella storia, ma non se ne accorge subito. Dovrà passare una settimana. Eugenio Danese è il primo giornalista a parlare di Zona Cesarini, quando il 20 dicembre l’Ambrosiana batte 2-1 la Roma con un goal di Visentin all’ottantanovesimo. In Zona Cesarini, appunto. Così si dice da allora, così indica lo Zingarelli. Sono tanti i giocatori famosi, ma Renato Cesarini detto Cè, nato sulle colline di Senigallia nel 1906 e morto a Buenos Aires nel 1969 è l’unico calciatore diventato un modo di dire.
 
Stefano Bedeschi

Omar Sivori


Omar Sivori
19/04/2018
 
 «Omar Sivori è un vizio». Soleva ripetere l’avvocato Giovanni Agnelli con un accostamento tanto colorito quanto efficace. Omar arriva da Buenos Aires nell’estate del 1957, grazie al programma del dottor Umberto Agnelli, che esige il rilancio della Juventus dopo cinque stagioni di vacche magre. Omar è uno degli Angeli dalla Faccia Sporca del calcio argentino. Non è alto, ha un baricentro piuttosto basso, dettaglio importante per un calciatore, una zazzera corvina e lo sguardo pungente di chi ti vuole prenderti in giro. Il resto della storia non ha misteri. Su di lui sono stati versati torrenti di inchiostro. Il suo è un calcio diabolico, cinico, quasi maligno, che nasce dal piede di un prestigiatore fatto per pungere i difensori e divertire il pubblico. La scuola argentina gli ha insegnato che innanzitutto conta il divertimento, lo spettacolo, il numero a effetto del giocoliere. Omar, però, è anche essenziale. È perfetto nel profilo, la posizione del corpo rispetto alla palla.
 
Quando corre in linea retta verticale, per superare meglio chi gli si affianca si esibisce in ripetuti tocchi prima di cambiare direzione in diagonale, d’improvviso, con carezza d’esterno, proprio in mezzo alle gambe dell’avversario che sta effettuando la normale falcata. È il momento del coup de théâtre, il famoso tunnel. Questione di tempo e di coordinazione. Il pubblico delira. Omar è imprevedibile e fantasioso quanto istintivo. La sua grandezza si definisce soprattutto nella capacità di mantenersi freddo in area di rigore, là dove i calciatori di solito perdono la testa con entrate tempestose.
Per lui tutto è un gioco per ragazzi. Gli avversari non fanno complimenti ma Omar è astuto come una volpe e difende la palla sollevando e inclinando il piede a protezione della stessa, in modo che l’avversario calci contro la pianta della sua scarpa. Quando supera il portiere, lo fa con irriverenza, mai di forza e piuttosto con perfida delicatezza. Sfrutta con estrema abilità gli assist di John Charles, un gallese stupendo per generosità e forza penetrativa: «C’era il desiderio di fare qualcosa di speciale, di giocare con gli avversari. Per cui, giocavo con i calzettoni abbassati per far vedere che non avevo paura; c’erano i tunnel, i dribbling, tutto quello che si poteva fare per innervosire i rivali. Io, poi, sentivo moltissimo il pubblico, non riuscivo a far finta di niente. E i miei compagni si divertivano tantissimo con queste mie esibizioni».
È un emotivo: quante volte lo si vede sbiancare prima di una gara importante. È terrorizzato dai viaggi in aereo. In campo non esibisce un bel carattere: è infatti squalificato per trentatré giornate complessive. È il suo tallone di Achille. Il tallone di un campione immenso: «Io e Boniperti avevamo una concezione totalmente diversa del calcio e non riuscivamo ad andare d’accordo. Tutto lì, avevamo dei caratteri forti e inconciliabili. In campo, però, questo dissidio non aveva alcuna conseguenza; si giocava senza pensare alle differenze o alle polemiche».
Tanti sono gli aneddoti da ricordare. In un Juventus-Sampdoria portò la sua irrisione verso gli avversari a un punto estremo: scartato anche il portiere, si fermò sulla linea con il pallone sotto la suola, aspettando il recupero del difensore avversario, e quando il poveretto (Vincenzi) si avventò a corpo morto, spostò il pallone indietro mandandolo a vuoto, per poi appoggiarlo in rete: «Stavamo vincendo 3-0 con il Padova e la partita stava già finendo, quando l’arbitro ci concesse un rigore che i padovani contestarono vivacemente, nonostante non avesse influenza sul risultato finale. Vedendo la disperazione di Pin, il portiere, mi avvicinai e gli dissi: “Non preoccuparti, tanto lo tiro sulla sinistra”. Andai sul dischetto e, ovviamente, tirai sulla destra, segnando. Pin si arrabbiò come un matto, inseguendomi e insultandomi. Non me la perdonò mai. Lo incontrai nuovamente, un paio di anni dopo su una spiaggia, e lui ancora si arrabbiò. Inutilmente tentai di spiegargli che io avevo inteso la mia sinistra e non la sua. Non ci cascò e continuò a odiarmi».
All’atto della presentazione, Sivori fece qualche palleggio davanti agli occhi dell’ Avvocato, il quale, da grande intenditore, gli fece notare che era bravo, ma che non sapeva usare il piede destro. Omar prese il pallone e fece tre o quattro giri di campo palleggiando con il sinistro, senza mai far cadere il pallone. Poi si fermò davanti all’ Avvocato e con la sua naturale sfrontatezza disse: «Secondo lei, cosa ci dovrei fare con il destro?».
Una mattina Sivori si presentò all’allenamento con gli occhi gonfi di sonno; i compagni stavano già facendo i soliti giri di campo da una ventina di minuti. La giornata era bella e Omar si sdraiò sull’erba. Arrivò Gren, il Professore, che era allenatore della Juventus, affiancato da Carletto Parola. Gren si sdraiò di fianco a lui e gli passò il pallone sul piede; Omar, sentendo la palla, aprì gli occhi e si mise a palleggiare, passandosela dal destro al sinistro, dal sinistro al destro, sempre rimanendo coricato. Quindi passò il pallone al Professore, anche lui sdraiato sull’erba, e diedero vita a un numero da circo, da autentiche foche del calcio. A un tratto si alzò e piazzò la palla sulla lunetta dell’area di rigore; scommise con Gren e Parola, sulle traverse e sugli incroci che avrebbe colpito. Ne fallì uno su dieci. Ogni tiro era annunciato: incrocio dei pali sulla sinistra, palo interno sulla destra, traversa centrale. E così fece.
Erano anni molto difficili per gli attaccanti, soprattutto quelli dotati di grande talento, come il Cabezón. I difensori erano soliti tracciare, con i tacchetti, una riga fuori dall’area di rigore minacciando il malcapitato attaccante di entrare duramente se l’avesse superata. Sivori non solo la oltrepassava allegramente, ma aveva la fissazione di umiliare l’avversario facendogli tunnel e, magari, di ritornare a sfidarlo per farglielo una seconda volta. Così, un giorno a Torino, lo stopper del Catania, tale Grani, lo minacciò, dicendogli che, al ritorno, gli avrebbe spaccato una gamba. Omar, con molta calma, accettò la sfida, avvertendo il difensore di affrettarsi a farlo, altrimenti se ne sarebbe pentito. Detto e fatto; dopo pochi minuti del match del Cibali, del 26 febbraio 1961, il Cabezon entrò con il piede a martello del povero Grani, distruggendogli il ginocchio.
Sivori realizza 167 reti nelle 253 partite disputate in maglia bianconera. Vince tre scudetti e due Coppe Italia e si aggiudica nel 1961 il Pallone d’Oro. Si trasferisce al Napoli nel 1965 per incompatibilità di carattere con Heriberto Herrera, il Sergente paraguagio. «Sivori come Coramini», aveva detto il Ginnasiarca. «Purtroppo, si arrivò al distacco definitivo. Non riuscivamo a intenderci e a concepire il calcio nella stessa maniera. Me ne andai io, nonostante la stima della società, perché non mi sembrava giusto porre il dilemma “o Sivori o Herrera”. L’allenatore doveva restare ed io andare, non potevamo restare insieme. Inizialmente, pensai di tornare in Argentina, ma alla fine mi convince Flavio Emoli, ex capitano juventino approdato al Napoli, a tentare un’altra avventura italiana». Per Omar, da quel giorno, cominciano a sognare i tifosi partenopei (foto).
 
Stefano Bedeschi

Michele Andreolo: Vita, carriera e aneddoti sul campione del Mondo 1938


Michele Andreolo: Vita, carriera e aneddoti sul campione del Mondo 1938
15/05/2018
 
Miguel Ángel Andriolo Frodella, italianizzato in Michele Andreolo, nacque a Carmelo, 6 settembre 1912 e ci lasciò a Potenza il 14 maggio 1981. Uruguaiano naturalizzato italiano, di ruolo centromediano, fu campione del Mondo nel 1938 con la Nazionale italiana.
 
Abbiamo contattato il figlio Raimondo, nato in Basilicata, il quale ci ha raccontato aneddoti appassionanti e ci ha fornito questa foto inedita scattata a casa sua.
 
Non alto (1.70) ma con un gran colpo di testa, atletico, forte fisicamente e con un tiro micidiale, Andreolo era capace di fermare impetuosamente il centravanti avversario, di sostenere il gioco dei compagni e di allargarlo con lunghi e precisi lanci; insomma fu un grandissimo centromediano metodista cioè l'uomo che giocava sul centravanti avversario e una volta riconquistata la palla faceva ripartire l'azione. Aveva un innato senso della manovra e, da buon uruguaiano, grande sagacia tattica e “Garra Charrùa” tipica della scuola uruguagia appunto.
 
Nacque a Carmelo e crebbe a Dolores, ma i suoi genitori erano di Valle dell'Angelo in provincia di Salerno. Miguel Andreolo, conosciuto in Uruguay anche come Miguel Andriolo, come lui stesso si firmava nei documenti ufficiali, esordì come calciatore nella squadra locale del Libertad F.C..
 
Questo piccolo club uruguagio ha fatto erigere una statua in suo onore nei pressi del suo campo.
 
"El chivo" ovvero "il capretto", soprannome che gli fu affidato per i suoi ottimi colpi di testa, venne ingaggiato dal Nacional. Con il glorioso club di Montevideo vinse due titoli nazionali, nel 1933 e nel 1934, diventando presto un pilastro della squadra e un beniamino della tifoseria. Il 25 agosto del 1934, faceva parte dell'undici titolare che affrontò nella finale di campionato il Peñarol. L'incontro passò alla storia come "el clásico de los 9 contra 11", il Nacional, si laureò poi campione uruguaiano, giocò 84 minuti in 9 uomini; finì 0-0. Michele venne convocato nella nazionale uruguagia per il Campeonato Sudamericano de Football 1935. La Celeste vinse il torneo ma Andreolo non giocò mai. Il suo ruolo era occupato da un campione già affermato: Lorenzo Fernández, vincitore dell'oro olimpico nel 1928 e del Campionato mondiale 1930.
 
Nei primi giorni di aprile del 1935, quando mancavano ancora nove domeniche al termine del campionato, il centrocampista del Bologna Francisco Fedullo scappò con la nave Nettunia in Uruguay appena seppe che il padre era gravemente malato. Il giocatore contattò il presidente Renato Dall'Ara chiedendo di perdonarlo; tuttavia non fece in tempo a riabbracciare il vecchio genitore.
Il numero uno rossoblu accettò le scuse chiedendo a Fedullo di portargli un talento e mandò Filippo Pascucci, allenatore delle giovanili, a prelevare Francisco. I due tornarono (a maggio a bordo del transatlantico Oceania) con un giovanotto di nome Miguel.
Con la maglia del Bologna "el chivo" vinse ben quattro scudetti e anche a livello internazionale le sue prestazioni coi felsinei furono rilevanti: nella Coppa dell'Europa Centrale 1939 per esempio, epici furono i suoi duelli con il grande centravanti György Sárosi del Ferencváros alto ben 1,86. Nel 1937 si distinse nella conquista del Torneo Internazionale dell'Expo Universale di Parigi, dove il Bologna battè in finale il Chelsea con un perentorio 4-1.
Durante il secondo conflitto mondiale vinse il Campionato romano di guerra 1943-1944 giocando con la Lazio. Finito il periodo bellico giocò con il Napoli in Serie A e con Catania e Forlì in Serie C.
 
Nella sua carriera non scese mai in campo con l'Uruguay. Fu convocato per la prima volta nella Nazionale italiana guidata da Vittorio Pozzo 17 maggio 1936 per una gara amichevole contro l'Austria a Roma, svoltasi il 17 maggio 1936 e divenne subito titolare inamovibile. Diventò Campione del Mondo nel 1938 in Francia, giocando tutte le partite, dove gli azzurri batterono in ordine: Norvegia, Francia, Brasile e Ungheria.
Proprio durante la finale mondiale vinta contro la nazionale magiara, Michele perse sul campo una medaglietta che le aveva regalato la madre prima che lui partisse per l'italia nel 1935. La sera gli azzurri tornarono in campo tutti assieme e la medaglietta a cui Miguel teneva tantissimo fu fortunatamente ritrovata; e così la vittoria mondiale potè essere finalmente festeggiata in un music-hall di Parigi dove gli azzurri assistettero allo spettacolo di Josephine Backer, una delle stelle piu' in voga in quel momento.
Michele chiuse nel 1942 la carriera in Nazionale con 26 presenze e un gol.
 
Una volta terminata l'attività da calciatore, il grande Michele intraprese quella di allenatore, guidando il Marsala e il Taranto. “El Chivo” allenò anche le giovanili del Potenza e nella città lucana si trasferì, si sposò e mise su famiglia.
 
Giovanni Fiderio

Raimundo Bibiani Orsi detto "Mumo"


Raimundo Bibiani Orsi detto "Mumo"
22/05/2018
 
Gli inglesi rivendicano la paternità del gioco del calcio e sostengono che fra le regioni del loro impero, che comprende il commercio internazionale, il parlamento, le bevute al pub, le navi oceaniche, la massoneria, i parrucconi in tribunale e la nebbia sul Tamigi, vi sarebbe anche il sacro football. Noi italiani, assai meno orgogliosi dei cugini della perfida Albione ma con una storia incomparabilmente più vecchia e ricca, sorridiamo alle loro rivendicazioni da snob e facciano notare, a voce bassa e senza dar importanza alla cosa, che le remote origini dello sport (ahimè, un vocabolo della lingua di Shakespeare!) più diffuso al mondo si ritrovano nel Belpaese, all’ombra di Palazzo Vecchio e dell’alata cupola del Brunelleschi. Il calcio sarebbe fiorentino, quasi quanto la Commedia del ghibellin fuggiasco, ma come lo sfortunato Poeta sarebbe andato ramingo ed esule per il mondo, sbarcando sulle bianche scogliere di Dover e lì facendo fortuna.
Tutto questo sarà anche vero, storicamente vero, ma non artisticamente vero. Perché se a Firenze è comparso il primo embrione del gioco, se a Londra ha avuto fissate le regole, è in tutt’altra terra che esso è nato come opera d’arte. Dobbiamo varcare l’Atlantico ed approdare in Argentina, fra la sterminata metropoli di Buenos Aires, in cui ogni quartiere è una città a sé, e l’ancora più sterminata pampa popolata più da tori che da uomini. Nessun paese al mondo (Brasile a parte) ha dato tanti grandi campioni al calcio ed in nessun altro sono esistiti tanti artisti della pedata al balon comparabili ai romantici e malinconici argentini. Il calcio come arte è argentino quanto il tango e se la Selección ha vinto solo due mondiali è per ragioni, dalla potenza politica alla disorganizzazione cronica della Federazione nazionale albiceleste, che con lo sport hanno poco a spartire.
Ogni epoca calcistica ha avuto almeno un sommo calciatore argentino, che ha strabiliato il pubblico, rinfrancato i compagni ed atterrito gli avversari con le sue doti tecniche: ora è Messi, collezionista di primati sportivi; prima era il carismatico Maradona; un uomo mezzo italiano e mezzo indio, tale Omar Sivori, è ancora oggi ritenuto da molti il miglior calciatore argentino di sempre e peccato che fosse così anarchico ed individualista sul campo; Di Stefano rimane un esempio insuperato di giocatore completo e multiforme, capace di coprire ogni ruolo, al punto da far impallidire come factotum il barbiere di Siviglia. Ma scendendo ancora più indietro nel tempo troveremmo i grandi del River Plate negli anni ’40, mentre negli anni ’30 incontreremmo il patriarca dei ballerini di tango con le scarpe bullonate: Raimundo Orsi detto Mumo.
Il suo nome non dirà nulla alla quasi totalità degli appassionati di oggi, ma egli fu uno dei migliori di tutti i calciatori degli anni ’20 e ’30 e leggenda vivente in Argentina per decenni, prima che inevitabilmente la polvere del tempo si posasse sulla sua gloria e la sua memoria.
Classe 1901, Orsi era cresciuto nell’ Independiente, società naturalmente di Buenos Aires, naturalmente legata ad un quartiere dell’immensa capitale, naturalmente piena di tifosi di origine italiana numerosissimi nel “barrio”. Con questa squadra egli divenne molte volte campione d’Argentina, conquistandosi anche il posto da titolare nella Albiceleste e vincendo con essa il Campeonato Sudamericano de Football.
Egli rimaneva però poco noto in Europa, giacché giocava in anni in cui l’unico modo per un calciatore per essere conosciuto all’ estero era essere visto giocare dal vivo. Campione in patria da molto tempo, acquistò di colpo fama mondiale nelle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, quando si segnalò come il migliore  giocatore del torneo.
Edoardo Agnelli, il primo della famiglia ad essere presidente della Juventus, lo volle assolutamente nella squadra che stava costruendo ed accettò di pagare una somma per il suo acquisto, ritenuta scandalosa all’epoca, anche se oggi non basterebbe ad acquistare una riserva. Orsi arrivò così a Torino indossando un cappotto sproporzionato per la sua snella figura, perché gli era stato prestato dal fratello: l’era dei Paperoni strapagati per buttare la palla dentro era lontana, lontanissima, quasi inimmaginabile. Non poté esordire subito nel campionato e fu costretto ad aspettare una stagione, perché, essendo straniero, aveva bisogno di vedersi  riconoscere la cittadinanza italiana quale “oriundo”. Ottenutola, entrò a far parte di quella formazione passata alla storia come Grande Juventus, un undici titolare che, con pochissimi cambiamenti, vinse cinque scudetti consecutivi. Era una squadra che curiosamente, comprendeva cinque piemontesi e quattro oriundi italo-argentini ed in cui molti erano i veri talenti: l’atipico portiere Combi, non alto di statura, poco amante delle uscite, ma con senso della posizione e riflessi felini; il glaciale, intelligente, inappuntabile libero Rosetta; l’aggressivo ed impetuoso terzino Caligaris, che morì giocando a calcio per attacco cardiaco; il feroce e potente, eppure anche tecnico, centromediano Monti, terrore degli attaccanti avversari; il fulmineo centravanti “Farfallino” Borel, con le sue accelerazioni prodigiose con cui sembrava volare sul terreno ed i suoi tocchi subitanei, morbidi e maligni. Ma la vera stella della formazione si  rivelò proprio lui, “Mumo”.
Magro e longilineo, con un peso forma di 66-68 chilogrammi per 1.70, Orsi giocava come ala classica, un attaccante puro ma posto sulla fascia. Egli era destro  naturale, ma sapeva usare con la stessa identica bravura entrambi i piedi, ciò che gli aveva permesso di stare sulla fascia sinistra. Mumo era eccezionale sia nel controllo sia nel tiro.
Sul campo egli si muoveva simile ad un grosso gatto. Elegante nei movimenti, apparentemente indolente, celava gli artigli sotto la sornioneria ed all’ improvviso balzava, con uno scatto folgorante. Perfettamente ambidestro, con un controllo ed un palleggio impeccabili, Orsi si muoveva con fluidità. Sbarrargli la strada quando avanzava palla al piede era un’impresa, perché Orsi sapeva andare a destra ed a sinistra, saltare l’avversario  d’esterno e d’interno e fare questo con entrambi i piedi, indifferentemente. Il marcatore non sapeva mai dove volesse andare ed in che modo. In più Mumo aveva un repertorio amplissimo di finte con il corpo, a cui seguiva uno scatto improvviso. I  suoi marcatori a volte sbattevano gli uni contro gli altri nel tentativo di bloccarlo o finivano sbilanciati per terra. Un brutale difensore subì un grave infortunio senza essere stato neppure toccato: si avventò rabbiosamente sull’ argentino, che rispose con una finta che fece perdere l’equilibrio all’ aggressore e precipitarlo rovinosamente a terra. Orsi era un fuoriclasse anche nel tiro e nel lancio. Egli era in grado di trovare un compagno praticamente in ogni parte del campo, con traversoni, lanci, passaggi, anche lunghissimi. In più questo mirabile oriundo sapeva calciare con efficacia  sia teso sia ad effetto, al punto da poter segnare diverse volte direttamente su calcio d’angolo. Anche se non era la sua specialità, sapeva segnare anche di testa.
Arruolato nella nazionale italiana, nella finale della coppa del mondo del 1934 pareggiò la rete della Cecoslovacchia con un piccolo saggio della sua maestria, battendo al volo un pallone e spedendolo sin da fuori area dritto all’angolo alto della porta. Giocando con l’Italia si intendeva a meraviglia con un certo Peppino Meazza, l’unico che fosse a lui paragonabile in quegli anni per talento.
Orsi era quindi un autentico, vero fuoriclasse. Aveva il solo difetto della paura del gioco duro, per cui cercava di sfruttare in maniera persino eccessiva le sue doti per evitare il più possibile i contrasti. Va detto d’altronde che quando lui giocava era comune tentare di mettere fuori causa gli avversari spaccandogli le ossa, alla lettera. Il terribile Luis Monti, un altro oriundo della Juventus del Quinquennio e della nazionale italiana, era soprannominato “El tigre” e fece uscire in barella più di un centravanti. La prudenza del buon Mumo aveva quindi le sue giustificazioni in un’era calcistica popolata da truculenti picchiatori.
Con la Juventus giocò 177 partite e segnò 76 reti, ma nessuno ha mai potuto contare quante ne abbia fatte segnare ai compagni.
Come uomo, Orsi era agli antipodi dell’arroganza e del narcisismo di molti altri divi del pallone. Era una persona simpatica, amichevole e scherzosa, priva di cattiveria ed assai aperta e socievole. Amava il tango e suonava il violino e, sebbene oriundo, sentiva un poco la nostalgia dell’Argentina, come poi accadde ad un altro italo-argentino con la maglia bianconera, quel Rinaldo Martino che sotto molti aspetti gli assomigliava.
Non più giovanissimo, preoccupato dai venti di guerra che correvano in Europa, con la madre malata e nostalgico di Buenos Aires, Orsi decise infine di ritornare in patria. Continuò a giocare ancora per alcuni anni, prima del ritiro.
Orsi chiudeva la carriera con un curriculum impressionante: 5 scudetti in Italia, 5 scudetti in Argentina, 1 in Uruguay, 1 in Brasile. Con le nazionali, vinceva 1 coppa del mondo, 2 coppe internazionali, 1 Campeonato Sudamericano de Football, 1 argento olimpico.
Anche se lontano, continuò però ad avere particolare affezione per la Juventus. Fu tra coloro che contribuirono a far sì che Sivori approdasse a Torino: ma questa è un’altra storia.
 
Marco Dellamula

Luis monti


Luis monti
14/06/2018.
 
Il metodo fu il modulo tattico più diffuso ed importante degli  anni ’20 e ’30 del Novecento, ma era così valido da essere ancora oggi impiegato. Esso era o meglio è un 4-3-3. Quattro difensori schierati a zona, due centrali e due laterali. Tre centrocampisti, uno centrale detto centromediano metodista e due laterali, detti interni. Tre attaccanti, centravanti e due ali molto larghe. In fase difensiva, uno dei due centrali fungeva praticamente da libero (non esisteva il termine di “libero”, ma vi era la funzione) dietro alla linea dei difensori, mentre il  centromediano svolgeva lo stesso ruolo dietro alla linea dei  centrocampisti oppure marcava direttamente il centravanti avversario. In fase offensiva, i due terzini laterali salivano sulle fasce ed i due interni si spostavano in appoggio agli attaccanti, mentre il centromediano diveniva il regista della squadra.
Il cuore tattico del metodo era quindi il centromediano, che per la sua posizione era il fulcro della squadra sia in fase difensiva, sia offensiva. Il calciatore che lo interpretava doveva essere un giocatore completo, capace di fare da marcatore ed incontrista, con un corretto controllo di palla e doti di lancio superiori alla media, aggressivo il giusto ma assieme con buona visione del gioco.
In Europa si parla  ancora oggi di centromediano od in alternativa regista arretrato, mentre in Sudamerica è invalso il termine di “volante”, che è un nome proprio di persona divenuto sinonimo di un ruolo. Esso deriva da Carlos Volante, grande centrocampista argentino di origini italiane (i suoi genitori erano nativi di Alessandria) che giocò nei campionati argentino, italiano, francese, brasiliano. Tale fu la sua bravura che il centrocampista arretrato davanti alla difesa in Sudamerica prese il nome appunto di “volante”. Questo italo-argentino fu senz’altro un campione, ma quando giocò in Italia non riuscì a trovare posto nella squadra incontrastata dominatrice di quegli anni, la Grande Juventus dei cinque scudetti consecutivi, poiché nel suo ruolo vi era già un altro oriundo, persino migliore di lui: Luis Monti.
Egli nacque a Buenos Aires il 15 maggio 1901 ed iniziò a giocare nel San Lorenzo de Almagro, passando poi alla regina del calcio bonaerense, quel Boca Juniors che è la società più famosa e vincente di tutto il continente americano. Le sue qualità lo portarono ad essere titolare nella nazionale dei gauchos, con cui giocò tre finali, tutte contro gli arci-nemici dell’Uruguay: la vittoria nel Campeonato Sudamericano del 1927 (sarebbe la attuale Coppa America); la sconfitta nella finale della famosa olimpiade di Amsterdam del 1928, che richiese due partite per essere decisa; l’altra sconfitta nella finale della prima Coppa del Mondo disputata, l’edizione 1930 in Uruguay.
La finale di Montevideo rischiò di portare alla fine la carriera di Monti. Essa si era giocata in un clima che sarebbe eufemistico dire infuocato. La rivalità fra Argentina ed Uruguay era fortissima e gli animi erano accesi. Lo stadio da 100.000 spettatori era presidiato da un esercito di polizia. L’arbitro incaricato richiese agli organizzatori tre condizioni: un reparto speciale di polizia per garantirgli l’incolumità fisica sul campo da gioco; un biglietto per la prima nave che salpasse da Montevideo subito dopo la conclusione della gara; una assicurazione sulla vita. I calciatori di entrambe le compagini avevano ricevuto minacce di morte, specialmente Monti a cui qualcuno promise di sterminare la sua famiglia, uccidendo la madre e la sorella. Si vociferava che questi biglietti giungessero da capi della malavita. Il nostro, preoccupato per i suoi familiari a cui rimase per tutta la vita molto legato, chiese all’allenatore di non scendere in campo, ma il tecnico non volle privarsi del campione. Monti giocò una finale sottotono e mancò anche la rete che avrebbe portato l’Argentina sul 3-1. L’Uruguay rimontò e vinse per 4-2.
Al ritorno in patria, Monti fu accusato dalla stampa argentina e divenne per il paese il capro espiatorio per una sconfitta bruciante. Egli smise di giocare e si mise a fare il pastaio, volendo soltanto essere dimenticato. Ma qualcuno dall’altra parte dell’oceano si ricordava di lui e delle sue doti fuori dal comune. Edoardo Agnelli, il primo Agnelli presidente della Juventus, stava costruendo la squadra del Quinquennio aureo e pensò di richiamare sui campi di gioco un calciatore straordinario, per quanto non più giovane. Convinto dall’inaspettata offerta, Monti arrivò a Torino fuori condizione ed in sovrappeso, mettendosi però in poco tempo in forma con allenamenti durissimi. Installatosi nella sua posizione davanti alla difesa, divenne uno dei maggiori campioni di una formazione tutta d’oro dal portiere al centravanti. Essendo un oriundo, aveva ottenuto la cittadinanza italiana e diventò titolare anche nella nazionale italiana, con cui si prese la propria personale rivincita per la disfatta di Montevideo. Nella finale della Coppa del Mondo di Italia 1930 egli giocò e vinse con i suoi compagni. Monti divenne così l’unico calciatore ad aver disputato due finali del campionato del mondo di calcio con due nazionali differenti.
Questo calciatore era soprannominato Doble Ancho oppure El Tigre, facendo riferimento rispettivamente alla sua forza fisica ed alla sua ferocia. Monti fu aggressivo e violento in un’epoca calcistica particolarmente brutale rispetto a quelle posteriori. Erano tempi in cui i difensori tracciavano una linea per terra con i tacchetti minacciando gli attaccanti di spaccargli le gambe se osavano superarla, eppure El Tigre riuscì a distinguersi per la durezza dei suoi interventi. Nelle competizioni internazionali a cui partecipò fu regolarmente accusato dalla stampa di ”brutalità”, persino da quella argentina ed italiana. Egli era un duro fra i duri del calcio, tale da superare la media di cattiveria dei difensori delle pampas o della “Banda oriental”, notoriamente truculenti. Monti provocò una rissa nella finale del 1927 del Campeonato Sudamericano, quando prese a pugni diversi uruguagi. Lo stesso avvenne nella Coppa del Mondo del 1930, quando un suo fallo plateale in Argentina-Perù condusse ad una rissa in campo e sulle tribune. Molti suoi avversari dovettero uscire dal campo infortunati, fra cui attaccanti rinomati come Schiavio, il famoso centravanti austriaco del “Wunderteam” Sindelar, il cecoslovacco Svoboda messo fuori uso nella finale del ’34… La ferocia agonistica di Monti era tale che persino l’allenatore dell’Italia, il grande Vittorio Pozzo, giunse a rimproverarlo.
Si sbaglierebbe e di molto però ad immaginare El Tigre quale un picchiatore durissimo e nient’altro. Monti aveva doti tecniche notevoli, fra cui spiccavano specialmente prodigiose doti balistiche. I suoi lanci erano telegrafati con precisione anche a distanza di 40-50 metri e con rara abilità nel giungere agli esterni. Questo eccezionale tiratore spesso segnò da fuori area o da calcio di punizione. In Italia, con la Juventus realizzò 22 reti in 263 incontri, non poche per un giocatore posizionato davanti alla difesa.
Monti era inoltre un incontrista molto difficile da superare, perché univa tecnica, potenza e cattiveria. Ad onta di un fisico tarchiato, si muoveva scegliendo bene il tempo e servendosi sovente di scivolate per stroncare le avanzate avversarie. Dopo una chiusura decisa sfoggiava un palleggio pulito e preciso.
Sebbene non fosse alto, il tempismo e lo stacco facevano di lui anche un buon colpitore di testa.
Come ogni centromediano che si rispetti, Monti possedeva buona visione del gioco e sapeva sia fare il “libero davanti”, sia dettare i tempi e le geometrie ai compagni.
Il suo difetto era la lentezza. Detto “L’uomo che cammina”, pur essendo abbastanza mobile non aveva accelerazione e procedeva con passo greve.
A parte questo limite, egli fu un calciatore completo. Combattivo e tatticamente intelligente, forte fisicamente e con ottima tecnica, Monti fu uno dei più grandi interpreti del ruolo di centromediano metodista e sicuramente il migliore che mai abbia giocato in Italia.
La sua fama era tale che,  quando gli azzurri di Bearzot andarono in Argentina per la Coppa del Mondo del 1978, lo vollero con sé in ritiro ogni giorno.
 
Marco Dellamula
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